“Stile” o “stili”?

In un mondo come il nostro, dove proposte sempre nuove, forti della risonanza data loro dai media, spuntano come funghi a ritmi che sarebbe eufemistico definire serrati, è ancora lecito – ci chiediamo – parlare di “stile” come si faceva una volta?

Di stile, cioè, come diktat, tendenza unica pressoché omogenea che si impone come quella dominante nell’arco di un’intera stagione, direzionando i gusti dei fruitori? Sembrerebbe di no.

E’ piuttosto una compresenza di stili, relativamente durevoli e in pacifica convivenza fra loro, il panorama che si offre oggigiorno ai nostri occhi.

I consumatori sono diventati più esigenti  e allo stesso tempo hanno voglia di “creare” stile a loro volta, senza limitarsi a subirlo passivamente.

Mamma moda, dunque, deve piegarsi alle richieste delle nuove generazioni, che hanno sviluppato competenze stilistiche estremamente raffinate e diversificate.

Sono lontani i tempi in cui le grandi maison dettavano legge dall’alto delle passerelle. Le tendenze, ormai, nascono on the street. Metropoli come Tokyo (con l’avanguardistico distretto di Harayuku), Londra, New York, si sono da tempo affermate come fucine inesauribili di stile (o meglio, di stili) destinate a fare scuola nel resto del pianeta.

Le case di moda sono costrette ad abbassare la cresta e a tornare per le strade, sguinzagliando i propri cool hunter, cacciatori di tendenze dal fiuto sopraffino che colgono le trasformazioni più eclatanti in atto e vendono a caro prezzo i loro consigli ai direttori creativi.

E poi la gente è stufa di viaggiare sul binario di uno stile unico e standardizzato: la moda è gioco, trasformismo, volubilità. Perché scegliere un unico stile quando se ne possono avere tanti, a seconda degli ambienti che si frequenta e, perché no, dell’umore del giorno?

Le sfilate di Parigi e Milano per l’inverno 2010-11 si sono rivelate una variegata esplosione di creatività, un trionfo di varietà e citazionismo manierista.

E allora si può giocare a vestirsi da collegiali in licenza, funzionari efficienti dall’aspetto impeccabile, campagnoli che della vita agreste apprezzano soltanto le divise, viveurs e dark ladies metropolitani, damerini e principesse schiavi della mondanità, teppistelli undeground e provocanti lolite.

Ma se per “stile” intendiamo un modus vivendi, una visione del mondo, più che un semplice dress code da variare a seconda delle circostanze, il discorso cambia.

Si possono abbracciare tutte le tendenze possibili, ci si può vestire di plastica, filo spinato o lattuga, ma se agli “stili” non ci si accosta con… “Stile”, si rischiano solo fastidiose figuracce. E l’etichetta di “cafoni”.

Come diceva Gabrielle Bonheur, meglio nota come mademoiselle Coco Chanel, “La moda passa, lo Stile resta.”

di Giovanni Di Felice


Redazione

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