Riccardo Rizieri Broglia. Passione, stile e cultura

Di fronte ad una frase fatta come “Faccio il mio mestiere per passione” tutti abbiamo il diritto di dubitare. A volte però abbiamo anche il dovere di credere che ciò che ci viene detto abbia un fondo di verità. Quando poi le tue creazioni sono più eloquenti di mille parole, nessuna professione di cinismo è concessa. E’ proprio questo il caso di Riccardo Rizieri Broglia. Fashion designer colto, competente, ispirato e talmente appassionato alla moda e a tutto ciò che le gravita intorno, da creare giovanissimo un proprio brand: Rizieri, oggi alla sua quarta collezione.

Ci presenta brevemente la storia del suo brand?

«Il brand Rizieri nasce il 29 maggio del 2008, quindi questa intervista cade proprio nei giorni dell’anniversario. Si tratta di una società fondata da me; io mi occupo infatti di tutti i settori, non soltanto di quello stilistico, ma anche di quello gestionale. In realtà il mio principale compito consiste nel creare la collezione, che poi viene lanciata con l’aiuto di pierre, come in tutti i principali brand. Ho realizzato quattro collezioni, e sto lavorando al campionario della quinta, per la primavera/estate 2011».

Lei afferma di ispirarsi a pittori come Henri Rousseau o ad atmosfere come quelle della Russia, addirittura ad un classico dell’arredamento come le uova Fabergè. Ritiene che nella moda la continua innovazione e la ricerca, il tentativo di essere sempre all’avanguardia, passino in realtà proprio attraverso la capacità di attingere al “classico”, interpretandolo nella giusta chiave?

«Assolutamente, penso che la storia dell’arte sia talmente bella e varia, da offrire infinite possibilità di rilettura. Questi interessi derivano anche dalla mia formazione: ho studiato e mi sono laureato al Politecnico di Milano, sostenendo molti esami di storia dell’arte e di storia del design.  Di certo le mie conoscenze influenzano profondamente le mie creazioni. Vi do una anticipazione: per la collezione primavera/estate 2011 mi sono ispirato ai secessionisti viennesi (Klimt, Schiele). Mi piace destinare le mie creazioni a donne colte, capaci di cogliere e apprezzare anche tutti i riferimenti artistici che ci sono dietro. Questo è strettamente connesso alla cura artigianale con la quale realizzo le mie scarpe; sono sicuro che le donne che acquistano un paio di Rizieri capiscano tutto ciò, altrimenti andrebbero a comprare scarpe di primo prezzo al grande magazzino!».

Le atmosfere esotiche, le selve lontane di Rousseau, a cui lei si è ispirato, fanno da sfondo anche ad importanti campagne pubblicitarie per la primavera/estate 2010, una su tutte quella di Bulgari, Eccentric Charisma. La donna è presentata come sofisticata e iperfemminile. È questa la sua personale idea della donna?

«Effettivamente la donna immersa in uno sfondo di nature e selve è uno dei mood di questa primavera/estate. Si tratta dunque di una proposta che unisce molti stilisti in un filone, all’interno del quale mi riconosco anche io».

La ricerca e l’innovazione nella moda per molti stilisti (vedi Stella Mc Cartney) vanno sempre di più nella direzione dell’utilizzo di materiali ecosostenibili, come il cotone organico e l’ingeo. Anche lei si impegna a ricercare materiali inediti per la realizzazione di una scarpa, come il cotone ecosostenibile o la fibra di mais. Immaginando le maggiori difficoltà che ciò comporta e i costi sicuramente più elevati, può affermare che il gioco valga la candela?

«La mia scelta si basa sulla volontà di preservare la natura, non lo faccio perché adesso l’ utilizzo di materiali eco-friendly è diventato un trend. Questa attenzione per l’ambiente l’ho sempre avuta; infatti, anche se mi sono avvicinato tardi ai materiali ecosostenibili, sin dalla prima collezione ho utilizzato per il packaging cartone riciclato. Ognuno dovrebbe fare un piccolo sforzo per l’ambiente, anche se ciò comporta costi più elevati; d’altronde conviene soltanto a noi: se ce ne fregassimo, rimarremmo senza mondo e dunque senza mercato!».

Un tributo al glamour anni ’80 è la Disco inferno limited edition. La scarpa è lanciata in concomitanza con l’uscita di “Sex and the city 2”. Le piacerebbe diventare il punto di riferimento italiano delle fashion victims? Lo Jimmy Choo d’Italia? Una curiosità personale: quante ne hanno già ordinate?

« Aumentare la notorietà mi farebbe di certo piacere, ma ci tengo a specificare che per me questo lavoro è una passione. Le mie consumatrici sono tutte donne consapevoli e attente al fatto che dietro le mie creazioni c’è il lavoro delle persone, delle mani. Se il mio brand dovesse crescere, io sarei ancora più orgoglioso, ma sinceramente non credo (e non desidero!) che possa mai diventare un brand di massa. La Disco inferno è una chicca, ho realizzato  12 pezzi numerati, tutti ordinati ed ora in consegna … quindi chi ce l’ha ce l’ha, e chi non ce l’ha pazienza! Al prossimo film!».

Su uno dei modelli della sua collezione primavera/estate 2010 spicca il Duomo di Milano, in una scarpa completamente color oro. È un omaggio alla città?  Lei a chi la farebbe indossare?

« Si tratta di un paio unico realizzato per una nota donna milanese (che vuole però rimanere nell’ombra), la quale lo descrive come “un identitario segno che guida i suoi passi”. Ovviamente ho voluto con ciò rendere omaggio alla mia città, ma anche dare dimostrazione dell’ironia e dell’umorismo che si celano dietro i miei lavori. Ci sono molte donne italiane che mi piacciono e a cui farei volentieri indossare questa scarpa, donne che dimostrano di essere capaci e di valere nella loro professione, per esempio considero Emma Marcegaglia (presidente di Confindustria) un mito; ho visto che porta anche i tacchi, magari un giorno acquisterà un paio di Rizieri!».

Lei realizza anche creazioni su misura, perfino con tessuti forniti dalle clienti stesse. Quanto per lei è importante nella moda recuperare questo rapporto diretto con chi il capo (in questo caso le scarpe) poi lo deve indossare?

« È importantissimo, ed è un aspetto che deriva dalla mia educazione. Mia madre quando aveva bisogno di un vestito nuovo, andava dalla sarta, passando lì tutto il pomeriggio. Io faccio la stessa cosa con le mie clienti: le ascolto e cerco di venire incontro a tutte le loro richieste. È sicuramente più complicato rispetto alla produzione in serie, ma dà molta più soddisfazione, anche perché le clienti si affezionano, spesso diventano mie amiche».

La suola fucsia è  il segno distintivo delle sue calzature. È fuor di dubbio che questa sia una scelta strategica molto d’impatto. Una curiosità: perché il fucsia? Forse lo reputa il colore femminile per eccellenza?

«Il fucsia è stato scelto immediatamente perché racchiude tante peculiarità che mi piacciono. È innanzitutto un’evoluzione del rosa, il colore del romanticismo, ma si tratta di un rosa carico, che denota carattere, forza, passionalità, e nello stesso tempo dolcezza. Non ho mai pensato di cambiarlo, lo ritengo giustissimo per me e anche per le mie clienti».

La maggior parte delle sue scarpe hanno il plateau, che nella collezione autunno/inverno 2010-2011 diventa addirittura una suola carrarmato. Ciò è dettato soltanto dall’esigenza di rendere le calzature il più comode possibile, o c’è dietro una precisa scelta estetica?

«Vi devo rivelare che la mia più grande passione è strutturare la collezione. Tutte le scarpe che vedete con il plateau si possono avere senza, e a quelle che non lo presentano nell’originale, il plateau può essere aggiunto successivamente. Ho risolto così; in qualche modo delego la scelta a chi la scarpa la deve calzare».

Come mai un giovane fashion designer che lavora per il settore calzature di Marni, decide di rischiare e di creare un proprio brand? È soddisfatto della sua decisione? La sua intraprendenza la sta ripagando?

« Sono pienamente soddisfatto della mia decisione, lo rifarei mille volte. Non nascondo che nell’avviare una propria attività si ha sempre qualche difficoltà economica, ma io sono nella media e non posso di certo dire che stia andando male. Mi sento libero, sfogo la mia creatività, posso permettermi anche di sbagliare, dato che pago sulla mia pelle. È vero, è stato un rischio, ma credo che il mio sia un  progetto nuovo, e che ne valesse davvero la pena».

Un’ultima domanda: ha mai pensato di realizzare una collezione per l’uomo? Pensa di farlo in futuro?

«Questo è il tormentone del momento: me lo chiedono tutti, dai clienti, ai miei collaboratori. Io direi di aspettare, preferisco concentrarmi sulla donna, che ora è il mio centro ispiratore. Forse la collezione per l’uomo arriverà perché lo slancio c’è, ma per adesso non vi prometto niente».

Chi ha ancora dei dubbi, scagli la prima pietra …

di Benedetta Di Marzio


Redazione

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