Moda & Etica: Australia, guerra al ritocco e alle modelle “taglia zero”


Per propria intrinseca natura, la moda vive una condizione di imbarazzante ambiguità: in quanto forma d’arte, ha il diritto di esprimersi libera da condizionamenti esterni; ma come potente business e strumento di comunicazione, è investita di responsabilità etiche e ha il dovere di proporre modelli il più possibile sani e positivi.

Un anno fa fece grande scalpore una foto della modella Filippa Hamilton per la campagna pubblicitaria di Ralph Lauren: con l’aiuto di Photoshop, il girovita della bella mannequin, già protagonista degli scatti del calendario Pirelli 2005, venne talmente ristretto da risultare più piccolo della testa.

Il blog Photoshop Disasters segnalò l’immagine barbaramente deformata, poi fu la volta della stampa. Alla fine la maison americana dovette fare le sue scuse e rimediare immediatamente al “deplorevole errore”.

Per scongiurare “errori” come questo, che rischiano di incoraggiare l’anoressia e di ingrossare la schiera sempre più folta di giovani affetti da disturbi alimentari, il governo australiano ha introdotto un codice al quale le riviste di moda dovranno attenersi, pena l’applicazione di un bollino giallo (il “bollino anti-photoshop”) sulle foto palesemente ritoccate, ad indicare che quelle immagini sono fake, fasulle.

Al contrario, le testate che sapranno stare alle regole riceveranno un “attestato di merito”, un contrassegno simile ad un cuoricino da apporre agli scatti non contraffatti.
Basta, dunque alle modelle dal corpo emaciato e scheletrico. E, allo stesso tempo, un secco no anche ai modelli troppo muscolosi e improbabili.

L’intervento dell’Australia è secondo, in ordine di tempo, soltanto a quello della Spagna, che nel 2006, in occasione della settimana della moda di Madrid, impedì di sfilare alle modelle con un Bmi (Body mass index, indice di massa corporea) inferiore a 18 (es. non meno di 56 chilogrammi per un’altezza di 1,75 metri).

Sulla necessità di imporre delle limitazioni all’uso indiscriminato di photoshop si è recentemente espressa nel suo blog Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia: “Photoshop, geniale strumento per piccoli ritocchi, sta diventando come la peggiore chirurgia estetica. Deformante. […] Non chiamiamo questa fotografia e diamogli un altro nome, se non altro per il rispetto che ancora dobbiamo portare a grandi fotografi che ancora continuano a fare vere foto.”

Speriamo, dunque, che il ritorno alla “naturalità” abbia la meglio sulla tendenza ipercorrettiva che case e riviste di moda sembrano aver abbracciato in massa ormai da qualche anno.
Nel 2005 a sollevare il polverone fu Kate Winslet, fiera della propria forma fisica pienamente nella media, quando vide pubblicata sulla copertina di GQ una propria immagine stravolta dai ritocchi.
Gli scatti della campagna pubblicitaria della L’Oréal del 2008, che aveva come protagonista Beyoncé, sono infine uno dei tanti casi di sbiancamento della carnagione di testimonial di colore.
Cosa dovrebbe pensare il consumatore? Che, oltre a “magro è bello”, anche “bianco è bello”?

di Giovanni Di Felice


Redazione

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