Just for Kennedy. Intervista ad Luca Litrico

L’atelier Litrico sono due vetrine nei palazzi ocra di via Sicilia, a Roma. Queste vetrine hanno visto passare attori, uomini d’affari, personaggi importanti. Uomini che volevano sentirsi importanti indossando pezzi unici di alta sartoria. Ciò accadeva 60 anni fa, quando il grande talento di Angelo Litrico affascinava persino il presidente degli Stati Uniti, e continua ad accadere ora. In occasione della presentazione di “Just for Kennedy”, progetto in collaborazione con il vincitore di Who’s on next, Fabio Quaranta, due generazioni sembrano essersi rincontrate in un caldo pomeriggio dell’Alta Moda romana. A presenziare l’avvenimento, la presidentessa di AltaRoma Silvia Venturini Fendi e, a sorpresa, un discendente della dinastia Kennedy.

I capi presentati sono la rivisitazione in chiave moderna di una celebre giacca due bottoni realizzata per John Fitzgerald Kennedy, unendo la tradizione e l’abilita` artigianale dei Litrico all’innovazione e la creatività di Fabio Quaranta. La particolarità della creazione è nascosta, a sottolineare l’intimità di un capo fatto su misura: la giacca, infatti, è stata rivestita con una fodera interna realizzata con il tessuto di una giacca militare e di una bandiera americana, cimeli della guerra del Vietnam, a simboleggiare due lati della personalità del presidente americano.

Abbiamo intervistato Luca Litrico, nipote del famoso Angelo, il quale, insieme agli zii Giusi e Franco, porta avanti la tradizione di famiglia e la moda italiana nel mondo.

D. L’evento di domenica propone la rivisitazione di una giacca che era stata realizzata per il presidente Kennedy nel 1962. La particolarità sta nella fodera, che racchiude due simboli di Kennedy.

Sono due simboli di un presidente che è stato di buon auspicio per noi, anche se già prima c’era stato Kruscev, e rimane colui che ci ha aperto il mercato americano. Abbiamo pensato a Kennedy perché è tuttora un’icona di moda e di eleganza, i vestiti che facemmo per lui 40 anni fa sono attualissimi, hanno ancora il revere stretto, giacche molto affusolate, attillate, esattamente ciò che stanno riproponendo le grandi griffe della moda maschile; per noi è un simbolo di eleganza. Inoltre era una persona molto patriottica, si meritò una medaglia d’oro in Vietnam, e di orgogliose radici cattolico-irlandesi. Per quest’evento abbiamo collaborato con Fabio Quaranta, stilista vincitore di Who’s on next uomo, il concorso promosso da Altaroma in collaborazione con Vogue e col Pitti Uomo, uno stilista emergente, molto promettente.

D. Quali sono oggi le proposte di AltaRoma?

AltaRoma attraversa una fase di rivalutazione di tutto il progetto. E’ una societa’ consortile per azioni patrocinata dal Comune di Roma, dalla Camera di Commercio, dalla Regione Lazio e dalla Provincia, quindi appoggiata istituzionalmente. L’obiettivo è proprio promuovere le eccellenze della moda romana. Milano è il fulcro del pret-a-porter, Il Pitti a Firenze del settore commerciale. Per il nuovo presidente, Silvia Venturini Fendi, Roma dovrebbe essere l’equivalente dell’haute couture parigina, settore che negli ultimi anni è andato scomparendo, poiché i grandi marchi dell’alta moda romana sono andati a sfilare tutti all’estero.

D. Oggi la moda italiana sembra aver perso terreno nei confronti della produzione straniera. Come rimediare? Tradizione o innovazione?

Il segreto è abbinare l’eccellenza dell’arte sartoriale ai nuovi stili. Roma è lo slow fashion, si contrappone a Milano, ma comunque bisogna seguire le innovazioni, rivalutando le eccellenze artigianali romane, che a Milano non ci sono: Raffaella Guriel e Lorenzo Riva sono stilisti milanesi che sfilano a Roma. Questo è un ottimo mix per rivalutare l’abilità manuale del know how che abbiamo a Roma. L’alta moda è artigianato, tutto fatto a mano.

D. Quanto ci vuole per realizzare un capo d’alta sartoria?

Per i nostri capi si impiegano dalle 50 alle 60 ore di lavoro, dai 25.000 ai 40.000 punti, tutti messi a mano.

D. Inoltre si deve ricercare una mano d’opera con competenze adeguate.

Quello dell’artigianato che sta scomparendo è un altro problema: per fare questo tipo di lavoro serve un’abilita manuale altamente specializzata, che sta venendo meno perche non si è creato quel ricambio generazionale tra i sarti. I sarti romani hanno sempre spinto i figli verso altri mestieri, perché una volta il sarto era ritenuto un mestiere povero. In effetti, le origini della sartoria sono umili, vengono soprattutto dal Sud Italia: Sicilia, Calabria, Napoli, Puglia. Zone abbastanza represse economicamente, e i sarti una volta guadagnavano anche poco. Per diventare un bravo sarto, infine, serve tantissimo tirocinio; prima di cominciare a guadagnare passano tantissimi anni.

D. Esistono dei centri di formazione specializzati?

Adesso a Roma ci sono dei centri di formazione che offrono borse di studio, corsi di alta sartoria, e questo è un altro degli obiettivi di AltaRoma, in collaborazione con CNA Federmoda e la Camera di Commercio. Proprio in questo momento è in corso un bando promosso 2 anni fa da Federmoda in collaborazione con l’Accademia Nazionale Sartori, grazie al quale hanno assegnato 15 borse di studio per un corso triennale di alta sartoria maschile. Tuttavia il segreto per ogni maison è di crearsi loro stesse il proprio ricambio generazionale, ognuna ha il suo stile e i suoi segreti, che devono essere tramandati di generazione in generazione per far si che questo patrimonio non vada perduto.

D. Come si pone nei confronti delle scelte stilistiche di suo zio Angelo?

Noi stiamo continuando la tradizione di una vita, la nostra è una sartoria artigianale a conduzione familiare. Per noi l’innovazione è la ricerca di nuovi tessuti e nuovi materiali, ma le capacità tecniche sono quelle di 60 anni fa. Il segreto è proprio rimanere ancorati alle origini: ago, filo, ferro da stiro e forbici. Pochissime macchine, perche solo cosi si riesce a fare un capo sartoriale, che è come una seconda pelle.

D. Qual è la sensazione nell’indossare un capo fatto su misura?

Un capo fatto su misura è un capo fatto esclusivamente per quella persona. Può esprimere caratteristiche personali: il cliente che va in sartoria trova davanti a sé non solo il sarto ma anche uno psicologo, se vogliamo. Prima di consigliare al nuovo cliente quali tessuti e modelli scegliere bisogna conoscerlo, chiacchierarci, capire che tipo di persona è, che stile di vita conduce, le sue abitudini, per proporre cosa può essere più adatto. Quando il cliente è contento, si prova moltissima soddisfazione. Il nostro motto è ” il tuo corpo è unico al mondo, il tuo sarto lo sa”. Sembra una banalità, ma è così: un capo fatto su misura è unico al mondo, perche ogni persona è diversa dall’altra; le grandi confezioni, invece, devono vestire un po’ tutti. Noi cerchiamo di correre un po’ al passo con i tempi, che cambiano in fretta in un mondo globalizzato. Vendendo anche all’estero ci si scontra con altri gusti ed esigenze, le temperature ad esempio, importanti nella qualità e nelle caratteristiche dei tessuti. E’ importante però rimanere nel solco della tradizione sartoriale, in modo che quel capo duri 10 anni. La bellezza di un capo su misura è questa: dopo 5 anni che si indossa un vestito ci si ricordano le esperienze fatte, il capo vive con te, ti trasmette delle sensazioni, è più intimo. Sicuramente è meno omologato, la sensazione di vestibilità è totale.

D. Infatti, ciò che colpì Kennedy fu l’aspetto elegante di Kruscev, la sicurezza che infondeva l’abito nel personaggio.

Quella è una peculiarità del made in Italy. Il presidente della camera della moda, Boselli, lo chiama “effetto rinascimento”. Noi italiani riusciamo meglio degli altri perché siamo circondati da bellezze artistiche, naturali, storiche. Una cultura millenaria che ci tramandiamo, tendiamo sempre a ricercare il bello e il ben fatto. Ciò che colpì di Kruscev è che fu vestito all’occidentale. Quando alle Nazioni Unite sbatté la scarpa, una scarpa nostra, da lì nacque tutto. Tutti notarono un presidente sovietico, comunista, negli anni della cortina di ferro che vestiva bene all’occidentale.

D. Suo zio ha vissuto una specie di favola, grazie al suo talento e alla sua abilità imprenditoriale.

Sì, mio zio fu notato da Rossano Brazzi al teatro dell’Opera, che notò il suo abito e gli chiese chi fosse il suo sarto. Lui non rispose che l’aveva fatto lui, ma che l’ aveva fatto un sarto a via Sicilia. Il giorno dopo Brazzi andò in sartoria, lo trovò lì e gli ordinò subito tre vestiti, pagandoli moltissimo. Mio zio era di origini molto modeste, era figlio di pescatori. Venne a Roma con le prime mille lire che gli regalò la nonna. Iniziò a lavorare prima in un’altra sartoria di via Sicilia, la vecchia sartoria Marinelli, ottenne un posto di banco e dopo 3 anni la rilevò, poiché a 20 anni era già bravissimo. Era un ottimo artigiano ma anche un ottimo uomo di marketing. La sua intuizione fu regalare il cappotto a Kruscev, aldilà di Rossano Brazzi e gli anni della dolcevita, colpì un punto che poteva lanciarlo a livello mondiale. Chiese, tramite l’ambasciata americana a Roma, le misure di Kruscev: le ottenne insieme a una foto. Senza neanche provarlo fece un cappotto che calzava talmente bene che, quando lo ricevette, Kruscev lo apprezzò moltissimo e gli ordinò tutto il guardaroba, comprese le scarpe con cui andò al viaggio alle Nazioni Unite. Da lì abbiamo mantenuto una linea tradizionale con un occhio al futuro. Negli anni ‘60 mio zio lanciò il made in Italy in tutto il mondo: è stato il primo a fare un contratto di licenza per il pret a porter maschile, cosa che adesso è la regola. Dovendo viaggiare molto per trattare con i compratori, Franco e Giusi (i più giovani dei 12 fratelli Litrico) hanno continuato la tradizione.

D. Infine, quali sono i capi irrinunciabili nel menswear classico?

I capi irrinunciabili sono due abiti da giorno, due abiti da sera, lo smoking. Un abito in principe di Galles non passa mai di moda, ora va molto il gessato. Una volta bisognava avere 10 capi invernali e 10 estivi, per la sera e il giorno, perché c’era l’abitudine di cambiarsi più ‘ spesso. Oggi i tempi sono talmente frenetici che l’uomo ha necessità di un abito che vada bene per la colazione d’affari, il meeting del pranzo, le cene, non c’e’ tempo di cambiarsi. I tessuti devono essere sempre nuovi, polifunzionali, ad alta traspirabilità e ingualcibili. La qualità sta nell’unire la tecnologia del tessuto alla capacità artigianale.

di Federica Italiano


Redazione

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