Biglietto da visita? Non serve, basta portare i jeans angeldeviltouch

Cogito, ergo sum. Penso, dunque sono. Demodé. Oggi si dovrebbe dire: Connected, ergo sum. Sono connesso in Rete, dunque esisto. Sono lontani i tempi in cui Internet sosteneva le nostre relazioni a distanza, senza spazio e senza tempo. Ora la logica dell’online-offline si rovescia e l’incontro nella vita vera serve a favorire la costruzione di relazioni in Rete, che sembrano più importanti, sostenibili e gestibili delle amicizie “reali”. Un tempo, professionisti di ogni sorta si scambiavano biglietti da visita come primo passo per future collaborazioni. Oggi, la tecnologia permette a chiunque di lasciare il proprio “biglietto da visita”– ma non si tratta tanto di informazioni su di noi, quanto sul nostro Avatar: Skype name, profilo Facebook e My Space, account Twitter (ma anche numero di telefono). Tutto ciò che serve non solo a “rintracciarci” ma, più verosimilmente, a “seguirci”. Come si fa? Con la cosiddetta tecnologia Poken integrata in piccoli device portatili che contengono i dati del nostro Avatar. Simili a piccole chiavi USB come quelle che siamo abituati a usare ogni giorno, i Poken vengono caricati con i nostri dati (certo, solo quelli che vogliamo noi, ma trattandosi del nostro Avatar… che paura possiamo avere di metterne in mostra il più possibile?) e messi in comunicazione con altri Poken, realizzando uno scambio generalizzato di informazioni via onde radio ed aumentando il nostro “potenziale di connessione” nel mondo virtuale.

Ma quella che può sembrare una naturale evoluzione del modo di costruire pubbliche relazioni in una tecno-società come la nostra si basa su un presupposto alquanto bizzarro: i Poken, per scambiarsi informazioni, devono sfiorarsi.

Come a dire: ci dobbiamo toccare per far partire la nostra relazione virtuale. E così, nascono i jeans “porta-Poken”, in vari modelli, per lui e per lei, come quelli di Angel and Devil, marchio nostrano made in Puglia che “integra” Facebook nel taschino del jeans. Angel and Devil non si inventa il Poken, si inventa il jeans che lo “trasporta” e che fa da filtro agli “sfioramenti” che ci serviranno per scambiare i nostri dati. Il jeans, dice il brand, comunica. La scia seduttrice non è più quella del profumo, ma quella delle onde radio attraverso le quali pubblicizziamo il nostro profilo online. Forse un po’ glaciale: ma quello sfregamento di fianchi per dirsi “mi ritroverai su Facebook” riporta un po’ di umanità in tutto questo. Dopotutto, si tratta sempre di relazioni.

Certo è che se io avessi il coraggio di avvicinarmi all’uomo dei miei sogni ed avessi l’ardire di sfregargli il mio fianco addosso, probabilmente non lo farei per iniziare una trasmissione dati ed accontentarmi di seguirlo su Twitter. Ma forse io ragiono ancora con la testa di chi lascia un cartoncino filigranato durante le conferenze perché ho trovato interessante il mio interlocutore o il numero di telefono scritto su un pezzetto di carta solo a chi mi è piaciuto veramente. La mia paura più grande? Non la violazione della privacy, né il fatto che bisogna ripensare attentamente le relazioni nella nostra tecno-società. Piuttosto, temo un mondo affollato esattamente come quello in cui viviamo ma pieno di gente con jeans-porta-Poken e nel quale, ogni volta che sbatti contro qualcuno (tipo sul bus tutte le mattine), poi si saprà sempre che fai, dove sei, e “a che cosa stai pensando”.

di Elena Pavan


Redazione

3 Comments

  1. Ho appena ordinato un set di biglietti da visita per una seriosa fiera milanese. Mi sa che dovrò ordinare anche un paio di questi jeans per l’aperitivo serale, quando sfileremo le cravatte e ci infileremo in qualche locale alla moda per rilassarci.

    Bell’articolo! grazie

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