Un mondo di gusti al Salone di Torino

Si è chiusa ieri a Torino l’ottava edizione del Salone del Gusto, l’Expo del buon mangiare, del buon bere e, sempre di più, dello “stare insieme”. Un’edizione da record: con più di 200 mila presenze, 30% delle quali straniere, questa manifestazione si consacra definitivamente non più solo come la celebrazione di una delle nostre tante eccellenze (l’enogastronomia).

Al contrario. Il Salone del gusto celebra il gusto a tutto tondo, in modo globale o, meglio, glocale – come testimonia il gemellaggio con Terra Madre, rete mondiale di iniziative per una “produzione alimentare locale, sostenibile, in equilibrio con il pianeta e rispettosa dei saperi tramandati di generazione in generazione”.

A Torino il mondo dei gusti non si percorre più “per temi” ma “per luoghi” di produzione. Attraverso le vie disegnate dagli incroci dei vari espositori raggiungiamo le origini del cibo, del vino, del pane e della verdura e, mentre si torna ai punti di partenza, si finisce in tutto il mondo. Dalle Dolomiti, dove con acqua fresca e ghiaccio tritato finemente (come neve) si realizza lo sfizioso sorbetto alla birra, a tutti i luoghi della nostra Italia rappresentati nei presìdi Slow Food, che difendono le nostre particolarità culinarie dalle cattive abitudini e, forse, anche dalla nostra noncuranza. Per non dimenticare ci viene in soccorso anche la tecnologia: i presìdi sono dotati di codice QR – un “riquadro magico” da fotografare con cellulare e decodificare tramite Internet per accedere in modo facile e veloce a tutte le informazioni del presìdio e a un archivio di ricette realizzato per l’occasione.

Ma, camminando lungo le vie dei padiglioni del Lingotto quest’anno si ritrovano anche presìdi internazionali, che fanno convergere in un piccolo spazio un numero incredibile di novità: specialità africane come il caffè selvatico della foresta Harenna, che in Etipia le famiglie tostano e servono agli ospiti con ritualità e gratitudine; le ortiche essiccate della foresta Kenyota del Mau, minacciate dalla deforestazione; lo yogurt dei Pokot alla cenere, col suo colore grigio chiaro e il suo gusto migliorato proprio dalla cenere. Si vola nel lontano Tajikistan per mangiare confetture o bere sciroppi di Gelso del Pamir o nella Nuova Caledonia, per gustare taro ed igname, tuberi gustosi ma sostituiti da riso e pane d’importazione.

C’è da perdersi, al Salone del Gusto. E, mentre ti perdi, ti ritrovi a bere un bicchiere di pregiato Château Musar dal Libano, di vini aromatici dalla Nuova Zelanda… o un buon vino italiano, di quelli che mai dovremmo dare per scontati. Mai naufragar fu più dolce in questo mare di umanità, bellezza, salute, conoscenza reciproca e… piacere. Per una nuova geografia del Pianeta, come dice lo slogan del Salone di quest’anno. Senza dubbio, buona.

di Elena Pavan


Redazione

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