La moda del futuro è made in China

Se siete ancora abituati ad associare la moda cinese ai capi economici e qualitativamente discutibili che da molto tempo hanno invaso il mercato europeo, in un futuro non troppo remoto sarete costretti a rivedere le vostre posizioni.

Anzi, esattamente fra cinque anni, a voler essere più precisi. Questo, infatti, il termine entro il quale, stando alle dichiarazioni di Yi Gang, il vicedirettore della Bank of China, “la Cina rafforzerà la politica di aumentare la domanda interna“, nel tentativo di raggiungere un grado di autosufficienza mai conosciuto prima. E per ottenere ciò, dovrà necessariamente espandere l’offerta interna di beni di lusso.

Fino ad oggi, le potenzialità del fashion system cinese non sono mai state prese davvero sul serio: il paese viene tradizionalmente considerato dall’Occidente più come un mercato da conquistare o una grande colonia nella quale decentrare i propri stabilimenti, che come un possibile rivale nella produzione di luxury goods.

Recentemente, poi, con l’affacciarsi sulla scena socio-economica di una nuova borghesia alla ricerca spasmodica di status symbol, i grandi marchi esteri hanno rafforzato la propria presenza in Cina.
Basti pensare che entro i prossimi due anni, ad esempio, Salvatore Ferragamo e Vivienne Westwood apriranno dieci nuovi punti vendita a testa, Burberry sessantasei, Levi’s addirittura 980.

I più secchioni di voi ricorderanno che agli inizi del ‘900 l’Impero del Dragone fu scosso da una violenta sommossa antimperialista, la “rivolta dei Boxer”: il popolo cinese prese le armi contro le ingerenze delle potenze straniere nella vita politica e – soprattutto – economica della nazione.
Accadde, insomma, pressappoco quello che si sta verificando oggi nel mondo del lusso cinese.

Intendiamoci, nessuna falce si abbatterà sulle vetrine delle boutiques Armani o Givenchy al centro di Shanghai, né ci sarà alcun rogo di abiti Dior in piazza Tienanmen.
Ma alcuni fra i marchi locali più importanti hanno deciso di puntare in alto e stanno lanciando la loro controffensiva, immettendo nel mercato prodotti che coniugano l’eleganza tipicamente occidentale all’attenzione per il costume e la tradizione nazionale.

Un articolo pubblicato qualche tempo fa sul sito del quotidiano francese Le Monde passa in rassegna una serie di brand cinesi con mire espansionistiche tanto ambiziose quanto fondate.
Oltre a Shanghai Tang, marchio di abbigliamento che può contare già svariati punti vendita in tutto il mondo, si stanno affermando Qeelin, casa di gioielleria e Shang Xia, brand dall’offerta variegata finanziato – udite, udite – dal gruppo Hermès.
Da non dimenticare, infine, l’attenzione sempre crescente che la settimana della moda cinese, ospitata da Pechino ogni due anni (l’ultima edizione è stata quella del 2009), sta ricevendo dai media di tutto il pianeta.

Tutto lascia pensare, insomma, che i brand occidentali avranno pane per i loro denti. Pardon, riso.

di Giovanni Di Felice


Redazione

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