Writing style. Una invasione dalla moda alla pubblicità

Le città sono “vestite” di una seconda pelle. Fatta di simboli, immagini, colori, parole. Tracce espressive in un luogo urbano. Piccoli e grandi messaggi che nascono dalla fantasia o dall’irriverenza di intrepide e anonime mani. Per far parlare asfalti, metropolitane, binari, muri. Per protesta, per divertimento o solo per comunicare. Il “writing” o “aerosol art” è la scrittura degli estremi.

Un fenomeno nato a Los Angeles, quando i lustrascarpe usavano siglare il muro della propria zona di lavoro per evitare altre occupazioni. Copiato, poi, dalle bande che dipingevano il nome della propria gang per segnare il territorio. Dal 1972 ad oggi, disegnare graffiti rappresenta un linguaggio ormai parlato da tutti i muri delle città.

E, in questo lungo e contrastato viaggio sull’epidermide urbana, il graffitismo ha incontrato altri due grandi mondi comunicativi: la moda e la pubblicità.

« La street art e l’arte dei graffiti – spiega Paul Kostabi, uno dei più irriverenti e anticonformisti eredi della post-pop art – sono ormai radicate nella pubblicità moderna. Da Bloomingdales in America ai prodotti alimentari italiani. Il loro utilizzo nella moda e nella pubblicità ha tenuto duro. Basta ricordare l’”air Brushing” ed il “Pin Striping” negli anni ‘70. E addirittura la “thin art” e la “line art”, che negli anni ‘60 facevano ovunque capolino sulle copertine dei dischi. Gli aspetti commerciali di questo movimento sono ancora sconosciuti, ma sento che si tratterà di una nuova onda».

Nella moda, molti fashion designer si sono lasciati contaminare nella loro creatività. Ad esempio trasformando il proprio logo in una tag. Nel 2001, il visionario Marc Jacobs ha incaricato l’artista metropolitano Stephen Sprouse di “sporcare” con scritte “on the road” il tradizionale Canvas Monogram, l’intramontabile simbolo di Louis Vuitton.


Il risultato è stato Louis Vuitton Graffiti. Un successo talmente grande che Marc Jacobs, l’anno scorso, ha deciso di riproporre la street art di Stephen Sprouse, scomparso nel 2004, in una collezione tributo, la Stephen Sprouse Tribute Collection: due nuove linee di pelletteria in edizione limitata, Monogram Roses e Monogram Graffiti. Ma non solo tag e firme. Il brand di streetwear Upper Playground ha lanciato sul mercato la sua nuova collezione di t-shirt, realizzata in collaborazione con alcuni artisti che ruotano attorno al collettivo/brand di S. Francisco. E ancora la mitica PUMA Clyde reinterpretata in modo streetwear: Graffiti Anaconda, sneaker in pelle stampata con una appariscente fantasia grafica, prodotta nelle tonalità del bianco “Whisper”, del verde “Lime” e del nero “Noir”.Una tendenza che, quindi, si è praticamente innamorata di questo veicolo di comunicazione perché rappresenta al meglio lo spirito di insubordinazione delle generazioni moderne.

« La moda ha sempre celebrato i protagonisti delle avanguardie – commenta Guè, writer siciliano – Oggi si percepisce un interesse sempre più vivo da parte  dei media per la creatività della “street art” e del “graffitismo”. La grafica pubblicitaria, il web design, una collezione da decorare e “griffare”, sono per un writer possibilità lavorative veramente gratificanti ». «Ho avuto la fortuna di poter fare delle esperienze, come grafico d’autore nel settore dell’abbigliamento – commenta Guè – Il mio personaggio PUPA è stato scelto per la realizzazione  di alcune collezioni street wear, caratterizzate da un forte impatto visivo e comunicativo. Vedere le mie grafiche nelle vetrine, è stata un’esperienza esaltante: ancora una volta sulla strada, nella città, come una naturale evoluzione! ».

Anche nella pubblicità, questa “fuoriuscita” del writing dai canoni e dagli spazi assegnati, vanta numerosi successi. Nike, in una campagna del 2002, ha fatto “distribuire” in varie città italiane uno stencil raffigurante uno scorpione la cui coda ricurva ricordava il suo celebre swoosh. Una “somiglianza” poco vaga, trasmessa poi sugli spot televisivi. Tuttavia la proprietà di questa azione di guerrilla-marketing non è mai stata rivendicata dalla società per non andare incontro a sanzioni. Diversamente, Levi’s nel 2007 ha commissionato a writers milanesi alcuni graffiti che avevano come tema immagini proposte dalla compagnia. Un vero e proprio passaparola esploso nel web. L’azienda ha dichiarato di aver pianificato in prima persona l’evento, esponendosi, quindi, alla multa del Comune. Il risultato, un successo. E ancora la campagna organizzata dalla Red Bull Street Art Project46: un gruppo di street artists chiamato a eseguire le proprie opere in vari punti di Wuppertal. Red Bull ha introdotto, però, un elemento di novità: gli street artists non sono stati chiamati a lavorare su contenuti e con materiali prestabiliti, ma hanno potuto sceglierli in assoluta autonomia. Recentemente, nove murales raffiguranti la copertina dell’ultimo cd dei Green Day “21th Century Breakdown”, hanno ricoperto i muri di Sydney. Ecco che il writing immaginario è diventato un percorso-laboratorio di idee, di trasformazione visiva dello stesso messaggio pubblicitario.

di Daria Raiti


Redazione

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