Aroma 30. DModa intervista Michela Fasanella

Perchè hai deciso di diventare una stilista, creando il marchio Aroma30?

E’ stata una consapevolezza che è cresciuta con me da quando ero bambina: i miei genitori hanno conservato scarabocchi di quando avevo 4 anni in cui sono raffigurate bamboline vestite in modi strani. Nessuno in famiglia è mai stato interessato alla moda, quindi mi sono chiesta anche io il perchè, ma credo resterà una domanda senza risposta. A 13 anni ho scelto l’Accademia, a 19 ho finalmente potuto iniziare il mio percorso.

Hai studiato all’Accademia di Costume e Moda a Roma, e al prestigioso St. Martins College a Londra. Quanto hanno influito i tuoi studi sul tuo stile?

E’ difficile dirlo,perchè lo stile è il prodotto di tante componenti diverse…direi che l’Accademia ha formato in buona parte la mia cultura visiva classica e il St. Martins ha fornito dei riferimenti pratici per il cool-hunting e l’attenzione alle sottoculture.

Sei influenzata anche da altre arti visive, dal cinema, dall’architettura, oppure dalla musica?

Gli spunti sono così vari che sarebbe impossibile elencarli tutti, sono davvero avida di ogni ogni forma di espressione. Sono ossessionata dalle immagini sacre cristiane, dalla spontaneità dell’estetica naturale e dalla fotografia. Tra i miei fotografi preferiti ci sono Paolo Roversi, Peter Lindbergh, Sarah Moon.  Sono nata e cresciuta a Roma, quindi sono abituata a riferimenti estetici piuttosto classici: amo le sculture di Canova, i colori di Caravaggio, le chiese barocche. Per il cinema non potrei non elencare il neorealismo italiano, i film di Bertolucci, David Lynch e Sofia Coppola solo per dirne alcuni. Anche per la musica ci vorrebbe una lista infinita che possa abbracciare tutto il Post-punk, ma anche Bach e Beethoven e tra le realtà degli ultimi anni Arcade Fire e These new puritans.

Parlaci della tua ultima collezione.


Ho inserito nella collezione delle vestibilità maschili per capi spalla e camicie e le ho rielaborate grazie all’uso di tessuti estremamente femminili come il pizzo e la seta. La sartorialità decostruita di alcuni capi è poi contrapposta alla fluidità dei drappeggi e all’irregolarità di tagli a vivo e torsioni.

E’ una collezione trasversale: ci sono elementi sofisticati affiancati ad elementi grezzi, ogni capo si presta a diverse chiavi di lettura e può quindi essere indossato con connotazioni estremamente diverse.

Hai un tratto distintivo, un particolare che ti distingue?

Più di uno: il taglio minimale e la costruzione elaborata dei dettagli, il tono su tono, l’affiancamento di textures monocromatiche, l’impronta artigianale, il connubio tra visione internazionale e manifattura locale.

Quali sono i tuoi pregi e i tuoi difetti come stilista?

Il fatto che la mia collezione non sia solo un lavoro ma soprattutto una passione mi porta a non staccarmi mai totalmente da essa, è il miglior pregio e il peggior difetto.

C’è colore, un tessuto, uno stile o un’epoca che ami particolarmente?

Difficile scegliere un solo colore o tessuto decontestualizzati dal resto. Come stile e epoca mi sento molto legata all’intero decennio degli anni ’90, è stata la decade nella quale ho cominciato a sfogliare le riviste e a farmi un’idea di cosa mi piacesse, dal grunge alle top models, il minimalismo e il glamour. Mi piace anche il periodo degli anni ’60 a Roma, le borgate che si vedono nei film di Pasolini e lo stile di allora, la quotidianità fresca e spontanea che caratterizza quel periodo.

Quali sono le tue icone di stile?

Non amo le icone. Mi piace la gente, la sua umanità e imperfezione, la gestualità che tradisce i moti più intimi. Quando una persona ha una visione che caratterizza il suo stile ogni elemento esteriore  è subordinato alla sua personalità. L’abbigliamento è una mappa di significati e messaggi più o meno coscienti e questo è l’aspetto che più mi attrae in esso.

Hai lavorato con Ferragamo e Valentino, due classici dell’eleganza italiana. Quali sono i tuoi stilisti preferiti?

Madeleine Vionnet, Valentino, Yamamoto, Riccardo Tisci, Hedi Slimane, Alber Elbaz.

Prossimi progetti?

Non ne parlo mai! Nel momento in cui ne parlo sfumano. Non è scaramanzia, è saggezza popolare ampiamente collaudata.

di Federica Italiano


Redazione

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