From size to sizing. Il FashionCamp

Non avevamo bisogno di un altro evento fashion-size, dove ci spiegano che cosa dobbiamo fare per essere alla moda. E, infatti, il Fashion Camp non è un evento come gli altri. Se per caso vi foste dimenticati che la moda nasce come processo bottom-up, che parte dalle pratiche quotidiane e si cristallizza in uno stile, allora dovete andare al Fashion Camp e rimettere mani e piedi per terra, sedervi nello spazio workshop e riciclare un copertone usato della bicicletta per realizzare accessori utili ed ecologicamente compatibili. Allora vi ricorderete cos’è “fare moda”.

L’edizione di quest’anno si è chiusa tre giorni fa ma, sorpresa sorpresa!, il Fashion Camp è un evento sociale che non solo si svolge in un determinato punto nel nostro universo spazio-temporale (Milano, 10 e 11 Giugno), ma continua a vivere nei social media. Questo è, a mio modesto giudizio, un primo marchio distintivo del Fashion Camp… Ma ce ne sono molti altri. Cerco quindi di frenare il mio entusiasmo post-moderno per l’uso integrato delle tecnologie nella società e vado con ordine.

Primo. Cos’è il Fashion Camp? E’ un meeting di due giorni, ad entrata libera, che rappresenta la frontiera della moda partecipata o, come l’ho chiamata io, del fashion-sizing. Al Fashion Camp si va per fare e parlare: si fa nei moltissimi workshop, dove si impara (perché qualcuno è lì paziente a mostrarti come si fa) a “fare” moda; si parla nelle “unconferences”  di 15 minuti, nelle quali non è concesso sedersi e nascondersi dietro uno schermo portatile da 17” senza proferir parola – anche perché adesso vanno gli Ipad che forse riescono sì e no a nascondere il buco nel collant che vi siete fatte scendendo dalla bicicletta alla quale avete preso il copertone per andare al workshop.

No excuses, miei cari, quando si va al Camp ci si sporca le mani e ci si confronta con gli altri.

Quest’anno in due giorni si sono alternati workshop su online video fashion journalism, su come fare gioielli con materiali di riciclo, su come usare una camera ad aria per fare accessori (non stavo scherzando!), su come si fa marketing sui social media senza trasformarsi in spammer professionisti e anche sul Burlesque… Insomma, chi più ne ha più ne metta. Sbaglia chi pensa che queste occasioni di creatività collettiva siano sconnesse e, alla fine, spingano a produrre cianfrusaglie (avete presente l’amica di Samantha di Sex and the City che, dopo il divorzio, si era messa a fare le borse con le tende e i copriletti…).

Il punto non è quanto le cose che si producono nei workshop somiglino ai manufatti artigianali di pregio come le borse di Prada. Il punto è che nel workshop la moda la facciamo noi. Forse non ci metteremo mai addosso quel borsello di copertone ma, intanto, il copertone l’abbiamo trasformato in un borsello, e l’abbiamo fatto noi.

In più, giusto perché la moda è di tutti, tante “unconferences” dove la moda diventa oggetto di dibattito e si costruisce, insieme, un discorso collettivo su un’alternativa possibile. Basta meeting ingessati ed unidirezionali, dove qualcuno (pochi) hanno il potere (sì, avete letto bene, il potere) di esporre la propria posizione, di illustrare la propria raison d’étre.. e tutti gli altri zitti. Da conferences unidirezionali (e lunghe, e noiose!) a unconferences, 15 minuti di “tutti insieme”, dove io ti mostro velocemente (tempo liquido, parafrasando scherzosamente Zygmunt Baumann) chi sono, cosa faccio e ti racconto come vorrei fare moda insieme a te… e tu mi dici cosa ne pensi.

E per chi crede che, comunque, sia sempre la stessa storia del verba volant, del “massì, poi quando ce ne andiamo finisce tutto” ecco il pezzo forte: chi parla nelle unconferences non solo condivide sul momento, ma anche dopo perché slide-show, video, URL e web resources vanno condivisi (e li trovate qui http://barcamp.org/w/page/36081096/FashionCamp-2011).

E poi, la miriade di prodotti, vestiti, stili personali, sorrisi, emozioni, scoperte…Tutti lì, a portata di mano.


Il Fashion Camp vuole – e riesce ad essere – un segnale di una “metamorfosi critica”, un luogo dove collettivamente “si fa” il punto sulla moda nella società. Più fashion-sizing di così non saprei. Ci sono una serie di parole che mi vengono in mente pensando al Fashion Camp e, guarda caso, sono tutte parole che ben si applicano alla moda ma hanno la stessa radice nell’agire: innov-azione; comunic-azione; rel-azione; immagin-azione; speriment-azione… e, devo dire, quel che è più bello è che lo spirito della manifestazione è davvero partecipativo. Si abbattono un sacco di barriere e di luoghi comuni con le manifestazioni come il Fashion Camp. Non pagare l’entrata, per esempio, cambia quelli che si dicono “requisiti di eleggibilità”: non ci va chi se lo può permettere o chi rimedia il pass, ci va chi ha un vero interesse e voglia di fare.

Discutere di moda mettendoci la faccia e lasciando tracce della propria posizione nell’archivio perenne di Internet equivale (perdonate l’inglesismo) a commitment, l’impegno non coatto, genuino. Tira aria di democrazia, amici. In Italia passa dalle piazze e anche dalla moda.

Io dico che era ora.

di Elena Pavan


Redazione

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