Talenti DModa | designer | Olivia Iron

Se è vero che l’uomo è ciò che mangia, la donna è ciò che digerisce. Nonna sarta, madre costumista e un viaggio durato 8 anni.

Dopo il diploma  parti per Londra ….

Sì, volevo visitare una grande città, mi è sempre piaciuto viaggiare. Londra però mi ha talmente colpita che ho deciso di iscrivermi lì all’università. Mi affascinava il poter mettere insieme due lauree, che apparentemente non avessero niente a che fare l’una con l’altra. Così mi sono iscritta alla facoltà di psicologia, affiancandoci grafica, perché volevo diventare una pubblicitaria.

E ce l’hai fatta?

No. In realtà mi sono laureata in fotografia. Non ho mai pensato di voler fare la fotoreporter, ho sempre adorato la fotografia di moda. Amo lo stile di David LaChapelle, capace di ricreare nei suoi lavori le atmosfere surreali fantasticate, nei minimi dettagli. C’è dietro uno studio durissimo e quasi maniacale, una tale costruzione del particolare, che porta alla  perfezione.

Anche questo progetto l’hai accantonato?

Sì, a vantaggio di uno maggiore. È nato tutto per caso. Per il suo compleanno, regalai a mia madre un cappello fatto da me. Sin da bambina mi divertivo a giocare con i pezzi di stoffa avanzati, che mia nonna conservava in un baule. Quella fu la mia prima creazione. Un giorno lo indossai e per strada in molti mi domandarono dove l’avessi acquistato: quelli sono stati i primi consensi. Continuai allora a realizzare altri cappelli, finchè una mia amica mi chiese di esporli all’inaugurazione del suo sushi bar. In una sera finirono tutti! Fu una grandissima soddisfazione.

Ed è in quel momento che “diventi” Olivia Iron?

È stato allora che ho esclamato: Eureka! E ho cominciato a lavorare sodo perché il mio progetto ingranasse. La prima vera esposizione è stata a Milano all’interno della Fiera della sposa. Mi sono sentita compresa e lodata. Ancora oggi da Milano mi arrivano tante richieste su commissione, anche per cappelli su misura dei quali, data la distanza, non possono essere fatte le dovute prove. La fiducia che mi dimostrano queste clienti quasi mi commuove.

Tu sei romana. Come sono stati accolti i lavori nella tua città?

Sono tornata a vivere a Roma da sei anni. All’inizio non  mi sono sentita capita. Ora però la situazione sta cambiando. Da un paio d’anni sento che Roma si sta svegliando. Come ad una gamba addormentata, il solletico le sta facendo tornare la voglia di camminare. Sicuramente l’attenzione crescente per le mie creazioni è dovuta anche al boom dell’accessorio. Grazie a franchising come Accessorize, questi strani oggetti sono entrati nella vita e nella quotidianità delle persone. Nonostante all’inizio questo exploit mi infastidisse, ora devo ammettere che ha agevolato molto la ricezione dei miei cappelli. Mi rincuora il fatto che la differenza tra un lavoro artigianale ed uno in serie, si noterà sempre. Una bellissima iniziativa, organizzata davvero bene, e che mi ha dato visibilità a Roma, è il Mercato Monti.

Qual è la tua cliente tipo?

L’età delle mie clienti oscilla tra i 25 e i 60 anni. Sono molte le signore che si rivolgono a me perché vedono nelle mie creazioni un vento di passato, il ricordo di un’atmosfera che non c’è più. Le maggiori richieste continuano ad arrivare per le cerimonie, ma pian piano il bacino di riferimento si sta allargando. In fondo le mie creazioni non sono altro che l’estensione della pettinatura, e possono essere indossate nelle occasioni più disparate.

Guardando i tuoi cappelli si percepisce uno stile molto riconoscibile, ma anche decisamente selettivo riguardo alla clientela.

É vero, il mio taglio è senza dubbio vintage. Per i primi prototipi utilizzavo scampoli di rare stoffe, che mia nonna conservava nel suo baule. Quei tessuti, quei bottoni mi parlavano di un’altra bellezza, di un altro profumo di donna, di un altro movimento delle mani. È questo che la donna, secondo me,  dovrebbe riscoprire. Con il tempo però ho compreso che il  punto di indagine privilegiato non potevo essere io, e sono uscita dal cantuccio che mi ero costruita. D’altronde se ti rivolgi alla nicchia, solo la nicchia ti ritorna!

Come realizzi i tuoi cappelli?

Innanzitutto disegno (male!) l’idea guida. Poi comincio a cucire (a mano)  l’oggetto da inserire sul cerchietto, quest’ultimo di plastica biodegradabile e totalmente italiana. Quasi sempre l’oggetto prende forma da solo, o meglio le mie mani si muovono autonomamente rispetto al progetto iniziale. È così che ogni volta esce fuori un pezzo unico. Infine cucio il prodotto sul cerchietto.  Realizzo due collezioni l’anno, all’incirca di  15-20 pezzi l’una. I materiali utilizzati sono quasi sempre seta e lino. Per la collezione invernale ho utilizzato anche molto velluto e lana. Si possono vedere tutte sul mio sito. (NdR  www.oliviairon.com).

Oltre a creare cappelli, però, sei anche una fiorista ed una (quasi)  chef. Che cosa hanno in comune questi tre aspetti?

Il mettere insieme elementi diversi, per ottenere una cosa unica. Per me cucire, realizzare composizioni floreali e fare una torta, nascondono esattamente lo stesso spirito. Fra le tre occupazioni, tuttavia, ho scelto di dedicarmi di più alla prima, perché vorrei diventasse il mio vero Lavoro.

Qual è il tuo attuale desiderio?

Mi piacerebbe andare a vivere a Parigi, non per scappare dall’Italia, ma per misurarmi con un  altro target. Quello francese è il pubblico più difficile da conquistare. Se ti accoglie, vuol dire che vali veramente!

Di certo, Roma non s’è fatta in un giorno, e neppure Coco Chanel.

di Benedetta Di Marzio


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