Intervista a Angelos Bratis, vincitore di Who’s on next? 2011

Abbiamo intervistato per voi Angelos Bratis, 33 anni, vincitore della settima edizione di Who’s on next?. In una piacevole conversazione, Angelos racconta da dove nasce il suo amore per la moda e come lo ha reso una realtà.

Cosa significa per te aver vinto Who’s on next? ?

La vittoria rappresenta la conferma del tuo talento, ti dà la forza di continuare a lavorare e fare ancora meglio. Come creativo, in un mercato così competitivo, è una fortuna avere una giuria di tale livello, composta da nomi importantissimi nel campo della moda, da giornalisti come Suzy Menkes dell’“Herald Tribune” e Mark Holgate di “Vogue”, oppure rappresentanti di magazzini importanti come Harvey Nichols o Saks Fifth Avenue. Ad essere sincero, anche avere l’attenzione della stampa in questo momento è bellissimo; io mi sono sentito molto fortunato ad aver incontrato queste persone a cui presentare il mio lavoro.

Come cambierà la tua carriera?

Ci sono moltissime possibilità, moltissime porte che si aprono. Pian piano si vedrà, a Milano, come evolveranno le cose. Da subito dopo la vittoria, la mia casella e-mail è intasata e il telefono non smette di squillare, è indescrivibile.

Nel motivare la tua vittoria, i giudici hanno sottolineato l’importanza del drappeggio: “per lo stile personale del drappeggio tridimensionale e artigianale reinterpretato in chiave moderna, una visione contemporanea del proprio heritage”.

Sì, ho vinto per questo. È una cosa legata al mio Paese. Le mie collezioni e il mio modo di lavorare si ispirano al peplo dell’antica Grecia: evito di fare tante cuciture in modo da creare abiti che, se possibile, escono fuori da un solo pezzo di tessuto.

Quindi c’è un forte legame tra la tua identità culturale e il tuo modo di creare.

Sì, tuttavia non uso il plissé del trapezio classico, ma lo reinterpreto in modo molto moderno, in chiave geometrica. Non disegno, ma creo subito con il tessuto sul manichino. È una moda a 360°, i miei abiti sono diversi davanti e dietro ma c’è una continuità; nella mia collezione quasi nessun capo ha cuciture ai fianchi, per esempio. Gli antichi greci dicevano che solo i barbari possono utilizzare male un tessuto che viene dalla terra, dato che utilizzavano solo lino e cotone. Io uso solo tessuti naturali, seta, cotone grezzo, lane finissime. C’è l’idea, insomma, che solo i barbari facciano tante cuciture, e a me piace seguirla.

È stato difficile scegliere di seguire la propria vocazione artistica?

No, la mia scelta è stata chiarissima sin da bambino. Quando avevo 8 anni ho detto “io diventerò uno stilista di moda, punto.” e non ho mai cambiato idea. Sono una persona molto decisa.

Qual è stato il primo approccio alla moda?

Grazie a mia madre, che è sarta. Riceveva i clienti a casa e loro chiedevano sempre la mia opinione, nonostante avessi solo 10 anni, e la seguivano. Avevo un occhio molto attento, fin da piccolo. Leggevo tutti i giornali, ricordo ancora la mia prima copia di “Vogue Italia”, comprata quando avevo 13 anni: dovetti prendere un autobus, perché vivevo fuori Atene, e fare un’ora di viaggio da solo per comprare le riviste di moda. Comprai “Vogue Italia”, conservo ancora quella copia, in copertina c’erano le grandi modelle degli anni ’90, Linda Evangelista e le altre. Comprai anche “The Face”, sono sempre stato un grande appassionato. Se me lo chiedessero, potrei dire tranquillamente a quale pagina di quale giornale si trova una determinata cosa.

Qual è il tuo iter creativo, come porti le tue idee sulla stoffa, c’è un processo particolare?

Non c’è un processo, cambia ogni volta. Io non disegno, a meno che non abbia paura di farmi sfuggire un’idea. Normalmente faccio il cartamodello sul manichino, partendo da un’idea che può scaturire da una situazione, da un motivo geometrico, oppure perché ho un momento di pausa e mi diverto a drappeggiare, come hobby. Da lì creo il cartamodello, quando sono soddisfatto della forma, scelgo la stoffa e faccio un disegno tecnico per mandarlo alla fabbrica insieme al cartamodello, perché sia reso alla perfezione.

Le tue creazioni sono prodotte in Italia?

Sì.

Il settore moda nell’economia italiana è un settore trainante, tuttavia un rapporto di Femca Cisl Lombardia del 2011 parla di circa 500 piccole e medie imprese di settore in crisi. Un altro ostacolo per uno stilista emergente?

Avendo una piccola produzione non ho riscontrato questi problemi. Questo è un momento di crisi generale, e ovviamente tocca anche l’Italia. Ho lasciato Atene perché lì non avevo opportunità e sono venuto qui sapendo che comunque l’Italia non sarebbe stata risparmiata. Ma se sei negli Stati Uniti, per esempio, quando si comprano delle scarpe, la prima cosa che si chiede è se sia “made in Italy”. Il made in Italy funziona sempre, in tutto il mondo, però dev’essere frutto dell’unione di qualità e design. Questo ci si aspetta dagli Italiani. Io sono venuto qui perché il mio marchio acquisisse maggior valore. Ho lavorato anche in Cina e sono bravissimi, sono in grado di produrre capi di ottima qualità, anche migliori di molti italiani. Ma la loro immagine, la loro reputazione, non si accorda con l’idea di qualità, il cliente vuole una garanzia proprio su questo, e l’Italia ce l’ha, perché ha una manodopera meravigliosa. Ovviamente questo non vuol dire che tutte le aziende sono in grado di produrre capi di qualità, esiste anche il pronto moda, ma l’Italia non può competere con la Cina sul prezzo. Allora si deve puntare sulla qualità e nessuno potrà competere con te. Non penso che Parigi soffra di questi problemi, anzi, migliora ogni anno.

Dunque la qualità è la risposta ai prezzi cinesi?

Qualità e design. Esistono tanti marchi che hanno un’ottima qualità ma mancano di design. Il prodotto dev’essere al passo con i tempi, nessuno vuole una cosa vecchia. La moda dev’essere in costante evoluzione, perché non nasce dal bisogno di vestire. Abbiamo il guardaroba pieno di abiti ma continuiamo a comprare moda perché ci fa sentire bene, è bellissimo, quando vesti un capo alla moda ti senti sicuro, nuovo.

Qual è il momento più bello nel tuo lavoro?

Io amo tutto del mio lavoro, adoro cucire, adoro fare i cartamodelli, vedere come dalle mie mani possa crearsi qualcosa di bello. Solitamente le creazioni migliori sono quelle che nascono senza sforzo, naturalmente, oppure magari da un errore che ti fa scoprire qualcosa a cui non avevi pensato. E poi amo quando una donna indossa per la prima volta un abito nuovo.

Hai studiato al Fashion Institute di Arnhem, hai collaborato con lo IED di Roma e insegnato ad Atene. Quanto è importante la formazione accademica per un aspirante stilista?

Tantissimo. Il mondo della moda è molto competitivo, i migliori escono dalle top school come il St. Martins. Certo, poi magari ogni 5 anni arriva l’autodidatta, ma la scuola è fondamentale, ti prepara: un giovane deve capire che non può competere con Armani o Prada. E poi devo essere sincero, la mia scuola mi ha insegnato la tecnica, le basi, ma, come dico sempre ai miei studenti, è bello essere giovani e pensare che le cose saranno facili, tuttavia non è così. Devi essere tecnicamente pronto ad affrontare qualsiasi problema, se non si conosce la tecnica non si può creare nessuna bella idea. Tutti abbiamo belle idee, l’importante è farle diventare realtà. Una bella idea può essere condivisa da tantissimi stilisti, il che spesso succede perché leggiamo gli stessi giornali, o perché magari siamo andati tutti alla mostra di Yves Saint Laurent a Parigi, e ovviamente l’ispirazione arriva. Ma cosa ci fai con questa ispirazione, e come la realizzi in modo attuale e coerente con il tuo percorso? Devi farla tua, è importante che non sia una copia.

Prossimi progetti?

Il 22 settembre a Milano Franca Sozzani inaugurerà la mostra a Palazzo Morando per la settimana della moda, noi abbiamo il nostro show-room, sarà una cosa molto importante, ci focalizzeremo sulla vendita della collezione e vedremo se ci sarà una conferma del giudizio espresso dalla giuria di Who’s on next?.

di Federica Italiano


Redazione

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