Da Who is on next, Intervista a Stella Jean. Haiti e l’importanza del mosaico culturale nella moda

Quando conosci qualcuno come Stella Jean è inevitabile rimanere contagiati dalla sua energia e dal suo amore per la bellezza, per il colore e per la vitalità della moda. La semplicità e l’eleganza di questa giovane designer è la prima cosa che ti colpisce e che rimane persistente dopo averla salutata. Un misto di romanità e esotico che difficilmente passa inosservato e che è possibile ritrovare nelle sue creazioni: colorate, ibride, frutto di un sincretismo culturale che educa chi si rende disponibile all’ascolto. Il suo successo ad Who is on next non sorprende, perchè nuovo e controcorrente e simbolo di ciò che la moda può fare in concreto per risollevare le sorti di una nazione.
D. Menzione a Who is on next scaturito dalla capacità di aver saputo creare la giusta fusione tra le due culture dalle quali è stata formata, Haitiana e europea? Cosa significa rappresentare due culture e ricevere un riconoscimento per questo?
Più che rappresentare , io sono due culture, ergo, nella collezione non ho fatto altro che parlare di me, mostrandomi senza mistificazioni.
Io sono nata e Roma da padre Italiano e madre Haitiana. Essere cresciuta in un milieu agiato  ed aver frequentato le scuole migliori, non mi ha esentato  dall’impatto traumatico con la non preparazione, dell’Italia anni 80, ad una famiglia multirazziale. Ancora oggi 2011, in Italia una incelabile espressione d’incredulità mi accompagna ogni volta che dico di essere romana. Una umana necessità di appartenenza ed un innata curiosità mi ha spinto a quel punto ad approfondire la mia radice caraibica , già usa a contaminazioni e combinazioni culturali.
Credo che iniziare un percorso con un sincero viaggio introspettivo sia un’ottima dichiarazione d’intenti , ed è forse stato anche questo ad essere apprezzato.

D. La tua collezione ‘Still a Goddess’ è dedicata ad Haiti, in ricordo del tragico terremoto che ormai più di un anno fa ha colpito lo stato Caraibico. Quali sono i punti chiave della tua collezione?

La collezione fa parte del progetto ‘FashionABLE Haiti, un progetto promosso dall’ambasciata di Haiti in Italia, e fortemente voluto dall’Ambasciatore Geri Benoit. Progetto in cui hanno creduto i sostenitori della ‘prima ora’; Comune di Roma, AltaRoma e DModa e che ora sta,  anche grazie ed attraverso i nostri partner, raggiungendo altre coscienze ed altri cuori.
Il progetto rappresenta una ferma volontà della società haitiana di rialzarsi, non attraverso la carità ma bensì  ad una collaborazione in cui il popolo caraibico vuole mettere a disposizione, la propria tradizione e le proprie competenze in campo tessile ed artigianale, in una cooperazione che possa arricchire entrambi i paesi in un rapporto di rispettosa e reciproca conoscenza.
Era mia ferma volontà mostrare al pubblico, che queste due realtà, questi due paesi non sono poi così lontani e di non pensare ai Caraibi solo come parentesi vacanziera ma bensì come ad un valido interlocutore anche dal punto di vista storico e culturale. La moda ha un linguaggio  diretto e comprensibile a tutti. Tutte le unioni e le combinazioni sono possibili quando si tratta di stoffe, che serva di esempio.

D. Nasci in Italia, ma di origine caraibica. Cosa porti di questo mosaico culturale in ciò che realizzi?

Dell’Italia porto l’innata metrica del bello che si accompagna spesso ad una assuefazione al sublime, il design ed il gusto formale, dei Caraibi porto  la non convenzionalità e la capacità di rendere con una disinvoltura disarmante e con pochi tratti emozionali, una storia dignitosa e fiera anche nei suoi apici drammatici.
D. Da Modella a designer. Dal passato al presente, una evoluzione sempre legata al mondo della moda. Cosa ti ha portato a passare dalla “performace sulla passerella” al “dietro le quinte”?
E’ incredibile capire di essere circondata da tutto ciò che ami e tifa felice e non esserlo… lo scatto e avvenuto quando ho capito di essere nel posto giusto ma nel ruolo sbagliato…ed ho corretto il tiro.

D.Qual’è per Stella il momento fondamentale nell’ideare una collezione?

L’ebbrezza nel avere sentore di una intuizione giusta averla già in mente e non vedere l’ora di averla tra le mani e poterla indossare.

D.Qual’è il tessuto che ami di più?

Ad oggi indubbiamente il wax africano ma nella sua declinazione di forma bon ton anni 60′ unita a camicie maschili di fattura e tradizione prettamente europea. Come vedi  la sintesi degli opposti in una inaspettato matrimonio  di culture  e generi rimane sempre la mia chiave di lettura.
D. Nelle tue passate collezioni c’è un forte richiamo all’artigianalità: i tuoi abiti dipinti a mano sono pezzi unici da collezione. E’ difficile, oggi, per una esordiente riuscire a coniugare artigianalità, piccola produzione con le esigenze del mercato?
E’ impossibile coniugare l’artigianalità alle esigenze di mercato, anche perché l’artigianalità non è un esigenza di mercato. Fortunatamente parla ancora agli individui in quanto tali e non a tabulati di ricerca e analisi di mercato.
Esistono ancora persone che cercano oggetti che portino in se le capacità, le mani, i gesti tramandati e la forte volontà di non perdere niente di tutto questo… insomma niente che si possa memorizzare in una chiavetta usb e mandare via mail…un’eresia!
Con buona pace degli altri.
D. A Milano per la prossima fashion week, di nuovo sotto i riflettori. Che sensazioni porterai nella collezione che presenterai a settembre?
Il caldo nei colori, la compostezza nella forma, ciò che è inaspettato negli accostamenti.

D. Se domani ti offrissero la direzione creativa di una Maison, quale sceglieresti?

In quanto italiani godiamo il privilegio di uno scenario  senza pari in quanto  a Maisons, ma penso, che, in questo panorama di eminenze della moda, sia fondamentale innanzitutto, consolidare la propria struttura… à la guerre come à la guerre.
RT

Redazione