Talenti DModa. Maurizio Andreuccetti.

Era il 1990, lui aveva 14 anni. Ricevette un regalo, forse il più importante della sua vita. Un numero di Vogue con Madonna in copertina. Un bizzarro sospetto: che il suo idolo gli stesse indicando la strada giusta da seguire? Figlio di artisti, Maurizio Andreuccetti è sempre stato attratto dal disegno, dimostrando sin da bambino una spiccata creatività.

Fu un incontro, però, in quello stesso anno, a chiarire tutto ….

Fu Gianni Versace a farmi comprendere quanto il mondo della moda fosse importante. Grazie ad un vero colpo di fortuna, mi trovai di fronte questa straordinaria icona di stile. Venivo da un paese di provincia, per me non era propriamente roba di tutti i giorni.  Ne fui rapito: un uomo, un punto fermo nella trasformazione ed evoluzione del concetto moda e stile, tradotto attraverso una magica e sapiente commistione, bilico perfetto fra arte, teatro, cinema, musica, sfera sociale.

Ritieni che sia lui il tuo maestro?

Indubbiamente. Da Gianni Versace ho appreso la necessità di sviluppare un  gusto personale, cercando di avere sempre le idee molto chiare, pur rimanendo elastici ed in continua crescita. La capacità di apprendere, analizzare, accumulare, decontrarre. E soprattutto ricordarsi che, per comunicare, occorre avere davvero qualcosa da dire. Non è stato tuttavia l’unico; considero fondamentale per la mia formazione tutta la generazione dei grandi stilisti. Ho avuto l’onore di lavorare per Valentino, di cui adoro l’estetica della misura, del buon gusto scevro da ogni volgarità ed eccesso, e per Pino Lancetti, straordinario mecenate, che è stato per me come un secondo papà. Ero talmente legato a lui, che quando ha ceduto la Maison, l’ho lasciata anch’io.

Dunque hai una notevole esperienza di lavoro nelle case di moda (anche presso Fendi), ma ti sei diplomato e hai insegnato fino al 2009, all’ Istituto Europeo di Design a Roma. Quali differenze e scarti hai potuto riscontrare tra l’ attività “accademica” e quella “pratica”?

L’impianto di una scuola di moda è cambiato radicalmente, così come è cambiato il sistema Moda. I giovani vengono preparati con una diversa consapevolezza, vengono fornite nozioni tecniche specifiche a largo spettro sulle figure professionali. Un tempo tutto era più frammentato ed empirico, la realtà scolastica ovattata. Il mio primo stage da Valentino, fu un disastro: l’impatto con la realtà si rivelò molto duro. Oggi c’è una maggiore attenzione alla formazione. Le materie attuali lavorano in sinergia sul progetto finale e sul suo avanzamento attraverso tutte le tappe necessarie per arrivare ad una collezione realizzabile. La selezione naturale resta, tuttavia, una volta usciti, inevitabile.


Perché hai smesso di insegnare?

Per una questione di etica e dissenso: imparare significa avere umiltà, uscire dal personaggio, emanciparsi attraverso una cultura dell’immagine che non si limiti alla penultima sfilata. Capire che la moda non si fa solo attraverso la moda, che sono migliaia i canali e le vibrazioni da captare nell’aria, che la moda è solo un contenitore: dentro può esserci qualsiasi cosa; è quello che ci inseriamo a fare la differenza. Ero stufo di vedermi sfilare davanti fashion victims ventenni e griffati, convinti che sia la firma a fare lo stile, pronti a fagocitare  i veri talenti già all’interno di una scuola. Ho deciso di fermarmi un attimo per  riflettere, prima di ripartire.

La tua attività di Fashion Designer si affianca a quella di illustratore di moda. Le due occupazioni vanno di pari passo?

Sono un Fashion Designer con una buona mano grafica: il risultato finale è un ibrido, contaminato da esperienze diverse accumulate sul campo. Giancarlo Giammetti una volta disse che le mie illustrazioni sono talmente tecniche, da rendere l’abito esteticamente gradevole  e progettualmente  comprensibile. Il procedimento è del tutto analogico. Sono contrario al digitale e a programmi di photo-retouching: in un ufficio stile nell’ora di punta, i tempi di consegna, a volte, coincidono con quelli necessari all’apertura dello stesso programma.

Fino a che non decidi di disegnare creazioni interamente tue. Che cosa rappresentano le tue illustrazioni?

Le donne che illustro sono creature piccole, fragili, in fuga dalla realtà: attraverso l’abito si trasformano, esplodono, in una fusione a caldo di elementi organici, onirici e tecnologici. L’abito diventa fermo immagine di un narrativo, racconta chi è il personaggio che hai immaginato, fornisce gli indizi per decrittarlo, è comunicazione in evoluzione. Solo dopo arriva tutto il resto, costruito con l’esperienza maturata nel settore. Fare moda è per me uno sbandamento necessario, un atto di puro egocentrismo. Un’arma per non implodere, per non compiere gesti orribili. Mi trasformo in un mostro, quando la vita mi distacca dalla mia sete di incanto. Attraverso la moda guarisco me stesso e metto in salvo gli altri!

Una delle tue ultime fonti di ispirazione è la camaleontica Lady Gaga. Anche tu non hai resistito al fascino del personaggio?

Scegliere Gaga mi ha fornito un perfetto alibi  per avere carta bianca. Volevo straripare, correre il rischio. Dopo tanto tempo passato a misurare,  temevo di  inaridirmi dando troppa importanza alla visione tecnica. Desideravo qualcosa di  “weird”: costume, teatro, moda, arte, senza  il problema di dove mi sarei incasellato. In molti hanno apprezzato la creatività anarchica e la reinvenzione del personaggio, preferendo gli styling proposti nelle mie illustrazioni ad alcuni suoi ultimi look piuttosto ripetitivi, altri hanno gridato all’esercizio di stile privo di basi commerciali. Era, in entrambi i casi, esattamente quello a cui miravo.

Cosa pensi delle ultime tendenze della moda italiana?

Contrariamente ad una tendenza esterofila ben radicata, credo che occorrerebbe ricominciare a tutelare il creativo indipendentemente dalle sue origini o provenienze, proteggendolo da dinamiche aggressive che lo allontanerebbero  dal suo habitat. Bisogna ignorare i venditori di fumo, le cosiddette “cattedrali vuote”. Si impone  una possente scrematura, volta a  rivalutare le maestranze, e  sostenere i giovani non per fattori anagrafici,  ma perché hanno un reale talento.  Il nostro Paese non è solo l’epicentro del “sisma stilistico”, ma anche la terra di  professionisti eccezionali, visionari e futuristi, che troppo spesso non vengono considerati.

Qualche esempio di avanguardista nostrano, secondo te ingiustamente dimenticato?

Ce ne sarebbero molti da fare. Uno su tutti è Fausto Sarli, scomparso, purtroppo, lo scorso dicembre; un vero artigiano di sogni, discreto nella vita privata, genio “veggente” nel lavoro. È stato capace di trasportare la carica e la creatività proprie del suo animo in maniera esemplare sulle proprie creazioni, sartorialmente impeccabili e, nello stesso tempo, spettacolari. Penso che alcune di esse sarebbero state perfette per Gaga quanto un Mc Queen o un Gareth Pug. A ritroso un’altra firma da ricordare è Calugi e Giannelli, fautori di uno stile originale e fortemente connotante, veri pionieri Underground in grado di precedere ed influenzare talenti d’oltralpe.

Qual è la tua proposta per rilanciare la moda italiana?

Sostenere le piccole e  medie imprese, scrigni di tradizione ed eccellenza, limitando il made out. Creare nuove vetrine: Roma,  così come Milano ha la Settimana della moda e Firenze il Pitti, necessita di visibilità, e ha tutte le carte in regola per averla . Non limitarsi agli aspetti commerciali, rivalutando il sogno: se le persone non sognano di avere quel vestito, desiderandolo più di un piatto di pasta, non lo acquistano! Il secolo degli stilisti è pressoché finito; salvo eccezioni non vedo un ricambio generazionale, faccio fatica a riconoscere una Griffe dall’altra, c’è un continuo e costante rinnovo di direttori creativi che rende destabilizzante l’immagine di stagione in stagione. Non vedo l’ora che le acque si calmino!

Qual’ è il tuo desiderio per l’immediato futuro?

Acquistare nuovo valore attraverso un ruolo di prestigio, di responsabilità. Condurre il gioco. Pur non avendo l’indole del Maschio Alpha, mi sento pronto. Realizzare le mie idee, farle colare dalla carta. In gemellaggio con la Donna, sto progettando una nuova collezione uomo. E’ tempo di tornare ad occuparmi del Manswear. Mi sono posto una sfida: virilizzare capi da donna, in risposta al successo dello stile Garçonierre, focalizzando l’attenzione sul capo spalla, il punto vita, la sciancratura, le pinces. Senza cadere nell’unisex, mi interessa piuttosto creare un effetto disturbante, ma assimilabile.

L’ennesimo goal per la Signora Ciccone?  Così è, se vi pare.

di Benedetta Di Marzio


Redazione

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