Intervista a Marco Grisolia, designer di Covherlab

Quando conosci designer della sensibilità artistica come Marco Grisolia, designer del marchio Covherlab, non puoi fare a meno che apprezzarne l’energia artistica che trascende la moda come produzione del singolo capo per assurgere a sintesi stilistica di un processo creativo che va oltre la suggestione e lo studio delle forme. Di Marco Grisolia non potete non apprezzare l’estro artistico, la ricercatezza delle forme e dei volumi e il percorso creativo evolutivo che oggi lo porta ad essere, lo affermo con piacere, uno dei nomi nuovi del panorama moda italiano. Quello che leggerete di seguito è un tentativo di raccontare uno dei tanti aspetti della sua creatività, sperando per questo di non risultare riduttivo.

D. Hai debuttato a New York nel febbraio 2009 con Ippocampo presentata all’Ennagon Gallery. Ippocampo è una collezione composta da capi unici nella quale proponi la tua personale,intimista,visione dell’estetica femminile. E’ un viaggio virtuale dove miti e stili di culture tra loro distanti vengono decodificati unicamente dal ricordo, ingannando così i confini geografici e temporali. Cosa significa per un giovane designer debuttare in una città come la Grande Mela?

R.Ippocampo nasce da un progetto di Paola Romaniello e Giulia Coccia (gallerista) amica, quest’ultima, che vive e lavora nella grande mela. La collezione fu concepita quasi come una sorta di cadeau per le nostre clienti d’oltreoceano. New York è una metropoli affascinante, la quinta essenza del meltin-pot, a cui è davvero difficile sottrarsi: tutti almeno una volta nella vita dovrebbero poterla visitare. Ancora oggi conservo intatto il ricordo della professionalità delle persone con le quali ho collaborato per la realizzazione dello show e l’interesse “morboso” che i Newyorkesi nutrono per la moda e per l’arte.

foto dalla collezione Ippocampo

D.Cosa ti ha spinto a tornare in Italia?

R.Come ti raccontavo, quella negli States è stata una esperienza mirata e calcolata, con una data d’inizio ed una di scadenza anche se, inaspettatamente, la presentazione si è rivelata un vero e proprio passepartout per il business americano.

D.Meglio fare moda in Italia o all’estero per un giovane emergente?

R.Non credo sia più la latitudine a fare la differenza bensì la qualità dei  progetti.

D.Il brand Covherlab nasce da un binomio maschile femminile, tu e Paola Romaniello (brand manager di Covherlab).  Come hai conosciuto Paola e quando hai capito che era l’ora di creare Covherlab?

R.“…Forse ci conosciamo da sempre,chissà?! ”… Ad ogni modo è accaduto per caso come tutte le cose belle del resto. Ci trovavamo in vacanza nello stesso posto e vuoi per mezzo di amicizie comuni, vuoi per empatia o complicità ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un ambizioso progetto che si è evoluto nel giro di pochi anni nella realtà odierna spinti unicamente dalla volontà di dare il nostro contributo e dall’amore che entrambi nutriamo per la moda.

D.Quali sono i codici estetici che meglio rappresentano il tuo modo di intendere la moda?

R.Per me la  moda ancor prima di essere un punto di vista intelligente sull’abbigliamento è un dialogo non verbale in continuo divenire…

I processi creazionistici devono essere necessariamente ancorati ad uno o più capisaldi, punti di riferimento da cui partire ogni volta e su cui costruire nuovi concept, stagione dopo stagione. Covherlab è fortemente caratterizzato da un’estetica razionalista. Mi piace partire sempre dal quotidiano, dalle forme naturali che ogni giorno si incontrano per poi analizzarle cercando di preservane la purezza e magari enfatizzarne le potenzialità geometriche.

D.Ogni tua collezione nasce da suggestioni artistiche definite che riesci a trasferire, reinterpretandole, nelle tue collezioni. In Primal Scream i punti di riferimento sono stati il mondo sommerso di Hieronymus Bosch, la fotografia di Brooke Shaden, le suggestioni dei ResExtensa, in Pieces, il legame tra moda e design si risolveva in un groviglio d’intersezioni, citando il decostruttivismo ieratico di Ingo Maurer, in Tallulah, la collezione per questo inverno, è l’agave e la sua attitudine a propagarsi in masse sinuose ed infestanti, la fotografia di Frederick Fontenoy con le sue metamorfosi smagliate e i colori di Vilhelm Hammershoi sostengono l’intera collezione. Qual è il processo creativo, invece, che soggiace all’ultima collezione Morse code signals?

foto dalla collezione Primal Scream

foto dalla collezione Morse code signals


R. Anche in questo caso è stata la fotografia a tracciare il profilo ed il carattere dell’intera collezione…

La sensazione di sospensione e la luce diafana di Caroline Broadhead mi ha suggerito l’idea della destrutturazione e della leggerezza dei capi, mentre la dimensione anfibia e marina di Tomohide Ikeya ha determinato tutto ciò che concerne le forme e le coloriture dei looks.

foto dalla collezione Pieces

D. Qual è la collezione che ti ha emozionato di più tra quelle finora realizzate?

R. Non riesco a tracciare una linea divisoria tra una collezione e l’altra… cambia l’ispirazione e quindi cambiano i colori, le forme, i volumi, ma non cambia la metodologia ed il sentire con i quali giungo a certe conclusioni. Quindi è un processo in evoluzione che si rinnova volta per volta e, se si evolve, è anche grazie a ciò che si è creato in precedenza, bello o brutto che esso sia.

foto dalla collezione Tallulah

D. Qual’è il tessuto che ami di più?

R. Sai dipende molto da ciò che ho in mente di ottenere, ci sono diversi tessuti ed ognuno di essi garantiscono una performance diversa… in generale ho una predilezione per i tessuti robusti e dall’aspetto tayloring…

D. E quello che non useresti mai?

R. Un effetto che sicuramente non amo di alcuni tessuti è quell’ultra shining sintetico, glamour, molto brillante.

D. Un anno fa sei stato selezionato tra i Talents di Vogue Italia, esponendo le tue collezioni durante l’edizione invernale della Milano Fashion Week a Palazzo Morando. Da poco, invece, si è conclusa The Hothouse, selezionato tra i giovani designer che si sono distinti per originalità e sperimentazione. Quali sono le chance che si aprono oggi ai giovani talenti della moda? Quanto è importante farsi notare?

R. E’ importante e gratificante avere il consenso da parte di un’ istituzione come Vogue, il cui scouting offre sostegno a realtà emergenti garantendo loro la possibilità di continuare la propria ricerca estetica ma soprattutto offrendo visibilita’ a livello internazionale. Ne sono esempio le vetrine virtuali di Yoox e the Corner. Non credo nella sovraesposizione, ma ritengo sia fondamentale individuare un linguaggio espressivo puntuale per rappresentare al meglio il proprio lavoro partendo da una selezione mirata di stampa e retailers.

D. Arte, moda e fotografia. Di quest’ultima sei un appassionato, interessanti sono le raccolte tematiche presenti nella tua pagina facebook. Ne cito alcune, Cruel, Mithology, SABBATH RITUALS, THE “GIRL” WHO LIVED IN THE TREE. Come nasce questa categorizzazione? C’è un album che ti appartiene di più?

R. I miei album sulla pagina fb altro non sono che moodboards…fondamentalmente si tratta di raccolte tematiche “emozionali” …sicuramente l’album a cui mi sento più legato è QUESTO BUIO FEROCE ispirato alla rappresentazione teatrale di Pippo Delbono che a sua volta ha preso spunto dalla biografia dello scrittore Statunitense Harold Brodkey.

D. Una collezione del passato che non scorderai mai tra quelle proposte dagli altri stilisti?

R. Sicuramente l’ultima collezione (fw 1997-98) di Gianni Versace presentata all’hotel Ritz di Parigi (…quelle croci bizantine ancora oggi mi tolgono il fiato soprattutto se penso al nefasto epilogo).

D. Qual è il designer che al momento esprime la forma artistica più sofisticata?

R. Senza alcun dubbio Gabriele Colangelo per la ricerca dei materiali e per lo spessore culturale di cui le sue collezioni sono permeate.

D. Dove sarà Marco Grisolia e Covherlab tra 10 anni?

R. Sicuramente ancora qui a disquisire sugli stessi argomenti… o per lo meno me lo auguro!

Noi di DModa ce lo auguriamo sicuramente!

Intervista a cura di Romina Toscano


Redazione