T-shirt: “Meglio morto che pentito”. Quando è meglio che non diventi “di moda”

Credo di aver già sottolineato in alcuni dei miei precedenti articoli che tenere distinte le idee di moda e di tendenza ha un suo perché e non è solo un esercizio di noi cervellotici intellettualoidi. Rischierò di ripetermi, ma mi è venuto in mente che non solo è giusto, ma può essere perfino “ispirante” mantenere questa distinzione.

La moda costituisce il sistema dei modi di comportarsi, compreso il vestirsi. La totalità di questi modi esprime lo “spirito della società”. Siccome viviamo in una società composita ed eterogenea, di mode ce ne sono tante e si mescolano tra loro, dando vita ad un sistema complesso ma che comunque esprime sempre chi siamo, il nostro gusto e, in definitiva, dice molto di noi. Senza andare a guardare ai comportamenti, alle abitudini etc. fermiamoci a pensare alla moda come sistema dei modi di rappresentarsi attraverso uno stile, fatto di abiti, accessori, trucco e parrucco. E’ vero che l’abito non fa il monaco, ma su chi si veste da monaco possiamo dedurre tutta una serie di considerazioni tra le quali una sicuramente è quella giusta:

a) si tratta effettivamente di un monaco;

b) si tratta del travestimento di un malvagio truffatore che, proprio per nascondere il fatto che è cattivo e falso, sceglie di rappresentarsi come il suo esatto opposto;

c) si tratta di Lady Gaga che sta girando il seguito di Judas, i.e., Francis – storia del come siano sexy ed irresistibili il saio ed il voto di povertà.

Alla fine, le nostre capacità di detective sociale ci permetteranno di scegliere la busta a, b o c ma sarà dall’abito che cominceremo a riflettere per decidere.

Perché, pur essendo consapevoli che la moda non è una e monolitica, alla fine cominciamo a ragionare guardando prima di tutto alla moda che uno segue? Perché la moda è un elemento di sistema. La moda, per quanto eterogenea, esprime l’insieme dei “costumi che vanno per la maggiore” o, in altre parole, è una rappresentazione di ciò che è “normale”. Attenzione: “normale” non significa “giusto”, significa che non viene messo in questione a sufficienza per essere cambiato. Ci sono un sacco di cose ingiuste che nel mondo della moda che però sono “di moda”, ergo, normali.

Un esempio? Le pellicce.

Un altro? Le modelle anoressiche in passerella.

Un altro? I prezzi che sono un insulto alla fame nel mondo.

Non sempre quello che è preferibile o riteniamo che sia giusto è “di moda”. E’ giusto dire però che le mode non sono eterne. Cambiare un sistema, però, prende tempo. Quindi “normale” non significa immutabile, ma cambiare richiede molta molta energia e il coordinamento di tutte quelle energie che la moda l’hanno decretata.

Le tendenze, invece, sono passeggere per definizione. Le tendenze non hanno la caratteristica della “normalità” perché sono volatili; non sono espressioni cristallizzate della società ma tentativi magmatici di cambiarla, fluidi e scorrevoli. E’ corretto dire “questa è la tendenza della stagione”. E’ un errore dire “la moda della stagione”. Le tendenze non sono la moda, stanno dentro la moda: alcune si affermano, molte altre no. Solo quando si tratta di “tendenze di successo” che non vengono affossate come “cattivo gusto” o “passeggere” diventano “moda”.

Chi fa il successo di una tendenza? Noi. Diciamo, allora, che abbiamo una chance enorme. Se siamo noi a determinare il successo di una tendenza, siamo noi a fare il sistema-moda. E’ importantissimo, dunque, che noi si guardi con attenzione alle tendenze in corso e che si metta tutti insieme un’etichetta con un’enorme croce rossa sopra a ciò che è meglio che non diventi moda, perché quello che diventa moda poi si fa davvero fatica a cambiarlo.

Esempio? Una delle tendenze dell’autunno: il calzettone al ginocchio con il risvoltone di pelle che riproduce il risvolto degli stivali. Della serie: puoi portare ballerine o sandali e, contemporaneamente, lo stivale. Non me lo sto inventando: si tratta di uno dei modelli di calzettoni che si vendono in una nota catena italiana… e vengono acquistati. I

ntendiamoci, non li vedete perché guardate in alto, verso il risvolto. Ma se vi accorgeste che “oltre al risvoltone c’è di più”… Anche voi decretereste che si tratta di una tendenza che non dovrebbe diventare moda.

Perché?

Mettiamola così: io non credo che sia “normale” fingere di avere gli stivali. Posso accettare che uno pensi di avere dei pantaloni portando dei leggins, ma sugli stivali “fuori-posto” abbiamo già dato: abbiamo universalmente accettato che un gatto possa metterseli e diventare un piccolo eroe pelosetto, quindi niente moda-calzettoni-finti-stivali.

Ma il potere della distinzione moda-tendenza va molto più in là e non è uno strumento che serve solo a preservarci da piccolezze come queste. Alla fine, possiamo vivere con tanti finti-stivali. Al limite, rideremo di più o sbufferemo, letteralmente, ad ogni pié sospinto.

Ma ci sono tendenze che non devono diventare moda, perché puntano ad abitudini e modi di pensare che sarebbe eufemistico definire “brutte tendenze”. Non deve diventare moda la maglia esposta a Castellamare che dice “Meglio morto che pentito”.

Per chi ha avuto il cattivo gusto di stampare ed esporre in vetrina un simile insulto non tanto alla moda (è una maglietta oscena, di scarsa qualità e circondata da accessori dozzinali) ma alla società che attraverso la moda si esprime. Non deve diventare moda l’ossessione per la moda che è esplosa a Manchester e Londra l’estate scorsa.

Si tratta di tendenze di sicuro insuccesso, che devono durare meno di un soffio di vento e che nessuno di noi deve neppure pensare di riproporre, neppure quando le ferite che hanno causato si saranno rimarginate. Non ci siamo liberati delle pellicce, né dell’anoressia, né del lusso senza senso. Se l’ignoranza più cupa e la violenza più irrazionale diventassero mode non basterebbe un’avanguardia di contro-tendenza per vincere. Avremmo comunque già perso. Propongo una nuova tendenza per il 2012: ognuno si metta quel che meglio lo rappresenta, calzettoni col risvoltone compresi, ma teniamo in testa un bel paio di antenne accese. Così non permetteremo che provocazioni come quelle di Castellamare o la follia estiva made in UK diventino un pezzo della rappresentazione di noi stessi.

Elena Pavan


Redazione