The Women. Una commedia 12 e lode!

Applausi a scena aperta per l’ultima fatica di Carlotta Corradi! Giovane ed energica, dopo il successo di Lipstick, la regista si cimenta in un’opera di Clare Boothe Luce, scrittrice e giornalista alla guida di testate come Life, Vogue  e Vanity Fair.

George Cukor, nel 1939, consegna definitivamente la commedia alla popolarità, con una traduzione cinematografica che vede impegnate attrici del calibro di Norma Shirer e Joan Crawford. La versione sul grande schermo diventò un cult. E ancora oggi, non permette di essere ignorata. Lo sa bene la Corradi, che realizza una sintesi riuscita tra l’opera letteraria e quella del grande schermo. Le scene iniziali della commedia, infatti, pagano un tributo non trascurabile al cinema. Le attrici vengono presentate una ad una: i loro nomi sono scritti direttamente su uno schermo, con tecniche di ripresa che evocano inevitabilmente le indimenticabili pellicole degli anni ’30. Anche i frequenti cambi di scena vengono scanditi da didascalie proiettate sul fondo del palco, che giovano, peraltro, alla dinamicità dell’intero impianto.

Dodici donne, dodici attrici, non si lasciano dirigere facilmente! Ma Carlotta Corradi riesce egregiamente nell’impresa. I vari strumenti dell’orchestra sono perfettamente accordati. L’armonia è assicurata. Tra esordienti e veterane del mestiere non appaiono cesure qualitative.

Ma la magia non è tutta qui. La maestria della giovane regista si dispiega nel compito più arduo. Rendere fruibile un testo del secolo scorso – dell’inizio del secolo scorso – per il pubblico moderno, è sicuramente una bella prova d’iniziazione. Il risultato supera le aspettative: una commedia frizzante, attuale ed energica. Un concentrato puro di leggerezza e sincerità. La modernizzazione non viene perseguita rinunciando all’ambientazione d’epoca. Sarebbe sin troppo facile! I costumi di Laura Distefano e le scene di Silvia Nurzia conducono inevitabilmente la fantasia dello spettatore all’America della grande crisi.

 

Il testo potrebbe suscitare l’indignazione delle femministe più ortodosse. Ma andrà pur sempre ricondotto all’epoca che l’ha prodotto. La New York degli anni ’30 doveva apparire fitta di intrighi e loschi affari quanto una città di Basso Impero: tradimenti, crolli finanziari e manie di divismo… Purtroppo, al momento della sua uscita, l’opera dovette risultare più realistica che mai. Questa componente può essere confermata dalla sottile amarezza che emerge da un fondo di generale comicità. E la Corradi non si tira certo indietro. Portare in scena l’opera in tutta la sua ricchezza e pluralità tematica, questa la sua sfida più grande! Nessun colore si perde. L’ampia gamma di forme e contenuti, non solo viene preservata, risulta piuttosto esaltata, facendosi punto di forza.

 

“Se fatti e dialoghi ricordano tanto il presente è da chiedersi dove siano finiti più di sessant’anni di lotte per l’emancipazione femminile”. (Carlotta Corradi).

di Elisiana Fratocchi


Redazione