AltaRoma Room Service. A tu per tu con Odile Orsi

Incontriamo oggi Odile Orsi, designer del brand Muta Design, presentato a Room Service in occasione di AltaRoma AltaModa.

Come inizia la sua carriera?

Il mio percorso incomincia un anno e mezzo fa, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti a Bologna e organizzato vari eventi culturali. È nato tutto per gioco: dovevo prepararmi a un’inaugurazione, viaggiavo tantissimo e realizzavo gli abiti per me. Mi serviva un abito comodo, versatile, da indossare dalla mattina alla sera: e così ne ho realizzato uno che fosse adatto per tutto il giorno e che fosse necessario solo cambiare l’accessorio. Parecchie persone mi hanno chiesto dove l’avessi comprato e così ho iniziato pian piano a realizzare vestiario non solo per me.

Come nasce il suo marchio?

Nel 2011 a Bologna ho fondato il brand Muta Design con l’intento di rivisitare il classico tubino, pezzo forte nell’armadio di ogni donna, attraverso una rielaborazione creativa e mai banale, capace di mantenere intatte le caratteristiche di eleganza e sfruttabilità che ne hanno fatto l’abito adatto per ogni occasione.

Tema della collezione?

Twenty Japan è una capsule collection: si ispira all’influenza che l’Oriente ha dato all’Europa negli anni Venti nelle arti decorative, specie nelle avanguardie artistiche e in tutte le decorazioni che venivano fatte sia per i vasi che per le case.

Tessuto che predilige?

Utilizzo tantissimo il cotone, ma anche il fresco di lana: trovo che sia molto confortevole, riporta a quell’idea di sartorialità che rappresentava gli anni 40, soprattutto perché facendo pezzi unici (io dipingo sul tessuto) mi piace avere un rapporto diretto con il cliente. Molte volte il cliente viene direttamente, mi ordina il capo e nel giro di una settimana glielo faccio avere: quest’idea di attesa,di non avere subito il capo pronto, diverte molto.

Dove si possono trovare i tuoi capi?

Per il momento sto già vendendo in alcuni negozi a Londra, per la precisione a Notting Hill, poi a Bologna, a Piacenza e a Pavia.

a cura di Valentina Bello

photocredits: Eleonora D’Urbano


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