Vincent Billeci. Una Trinacria Pop

1Conosciamo Vincent, all’anagrafe Vincenzo Billeci, fin dall’esordio quando ci colpì per l’audacia e la nettezza dei tagli, e per la sua visione sintetica della sua terra, di cui ora tratteggiava i colori, ora le tradizioni. Lo abbiamo seguito, in occasione della SS 2013, caratterizzata da un abbroccio barocco in chiave minimal, e per il lancio della Cow Bag, diventata in poco tempo un cult degli appassionati,. In occasione della sua terza collezione, lo abbiamo incontrato affinchè fosse lui stesso a raccontarci un pò di sè.

Ciao Vincent, la prima domanda a bruciapelo è semplice e diretta. Come arrivi alla moda?

Fin da quando ero bambino ho sempre sognato di fare questo lavoro. La progettazione, l’informazione attraverso riviste specializzate, l’aggiornamento continuo ma anche l’interesse verso l’arte contemporanea, le tradizioni popolari e il cinema sono sempre stati dei punti fermi nella mia formazione, il sistema decimale che mi ha permesso di giungere ora a raccontare me stesso attraverso quello che faccio.
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Cosa pensi prima di iniziare a disegnare una collezione?
… i ricordi d’infanzia legati alla mia terra: i suoni e gli odori emergono naturalmente ogni volta che mi accingo a progettare. Si mescolano alle suggestioni più recenti, all’arte contemporanea, all’esperienza per giungere definitivamente a contaminare il mio immaginario. La fase progettuale non finisce mai, si scontra con l’esigenza di dare voce ai miei sogni e con il bisogno di soddisfare quelli degli altri. Ogni giorno è ricerca, sperimentazione, uno sguardo analitico su tutto quello che mi circonda.

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Quali sono i materiale che ami utilizzare?
Non c’è un materiale che preferisco particolarmente. Ogni collezione ha il suo elemento specifico che la contraddistingue. Ultimamente apprezzo particolarmente i tessuti che non nascono per l’industria dell’abbigliamento come quelli per l’arredo.

Un colore che non utilizzeresti mai?
Non saprei, forse il marrone… ma chissà, magari nella prossima collezione sarà il colore principale. Non credo esista un colore “NO”, esistono più che altro i momenti, il tempo. Ogni colore ha il suo giusto tempo e il suo giusto posto. D’altronde creare una collezione è come creare musica… ogni cosa, nello spartito, ha il suo ritmo e il suo determinato collocamento.

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Essere un designer emergente in Italia, oggi, significa?

Significa lavorare tanto, tantissimo.
Bisogna essere molto determinati, e crederci fortemente.
Come per qualsiasi grande obiettivo da raggiungere quando si è poco più che nessuno le difficoltà iniziali sono moltissime, ma con grande perseveranza, la giusta dose di fortuna e il sostegno di chi crede in te si può riuscire a far tutto.

Sicilia è per te? Milano è per te?
La Sicilia è la terra dove ho vissuto gran parte della mia vita. Devo tantissimo a Palermo, come già mi è capitato di affermare se non fossi nato a Palermo forse anche il modo di progettare e i miei punti di vista sarebbero stati totalmente diversi. Palermo è ciò da cui tutto parte.
Milano rappresenta, invece, la concretizzazione di un percorso, una tappa obbligatoria per chi vuole intraprendere questo percorso professionale. Milano è il futuro.

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Descrivi la collezione in tre parole
Giocosa, diafana, pop.

Se non avessi fatto il designer cosa avresti fatto?
Sono molto interessato alla performance-art e alle videoinstallazioni, a tutte quelle discipline artistiche dove la sperimentazione è alla base del processo creativo.


I brand che entrano nel tuo armadio?

Il mio guardaroba è molto basic, senza grandi nomi e senza troppe storie… un pantalone ed una maglia neri sono una divisa giornaliera. Ciò che più mi caratterizza.

Tra 10 anni dove sarai?
Mi auguro di lavorare intensamente e con la stessa passione per il mio brand.

 


Redazione