Valentino: la presa di New York

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Piccioli e Chiuri hanno fatto le cose in grande. Uno spazio esclusivo in Fifth Avenue a Manhattan e una capsule collection dal cuore rosso per celebrare lo sbarco in America e, come se non bastasse, giocando d’anticipo, la presentazione della collezione total white haute couture con largo anticipo rispetto ai calendari ufficiali. Da Parigi a New York, percorrendo il solco di una delle maison più longeve e ammirate del panorama moda.

Una collaborazione con il designer Barnaba Fornasetti, che dà vita a una serie di oggetti firmati Valentino, viene esposta per una notte all’ex museo Whitney e apre i festeggiamenti per l’apertura del faraonico flagship store. Ma la festa non finisce qui: nella sala ribattezzata Sala Bianca 945 in onore dell’indirizzo del museo che li ospita, si accendono i riflettori sulle 48 uscite in bianco, spezzate solo da un unico abito in oro, che sono il manifesto dell’era Piccioli-Chiuri. Un lavoro minuzioso, come solo quello delle sapienti mani esperte delle sarte sa essere, che racconta una tradizione.

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Cosa c’è di innovativo in questa collezione? Cosa c’è di nuovo in questa celebrazione del vecchio? Omaggiare spesso fa rima con riproporre, svecchiare, a volte è sinonimo di archivio. Pù difficile, invece, è la riedizione, il racconto, la coerenza. Sin dal 2008, anno dell’abdicazione del signor Valentino, Piccioli e Chiuri hanno inseguito il mito. Che sia nel design o nella confezione di capi iconici e dall’indiscussa qualità, hanno cercato di camminare sulle orme del genio discretamente, senza venire tramortiti da una storia importante. Dal prêt-à-porter all’haute couture, la nuova era della Maison punta alla vendibilità del sogno, calvalca i fasti del passato e li customizza in versione 2.0. Un ready-to-wear che si alza, un’alta moda che si abbassa: indubbiamente, si sta comunicando diversamente una storia e un’eccellenza rispetto al passato, rendendole contemporanee e fresche.

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Sala Bianca 945, quindi, più che una celebrazione è un riassunto: la sinossi di una storia che incomincia nel 1968 con Valentino Garavani e Marisa Berenson e che, decennio dopo decennio, ci viene consegnata. Diversa, ma sempre uguale veste una donna che di generazione in generazione mantiene alto il suo status, ponendo l’accento su un gusto contemporaneo ma essenzialmente semplice. Non è concettuale, questo Valentino, non c’è niente oltre quello che appare: tutto è davanti ai nosti occhi, tutto è svelato e se chiudiamo gli occhi immaginiamo mani che lavorano, cuciono, fanno e disfanno.

La presa di New York mette il punto sul lavoro di Piccioli e Chiuri e probabilmente ne segna anche la svolta. Italiani sì, ma senza strafare.

Andrea Pesaola


Redazione DModa